FINO A QUI TUTTO BENE di Roan Johnson – Ita 2014, dur. 80 – Con Alessio Vassallo, Melissa Bartolini

Il grande freddo pisano. Libertario e travolgente, pure col suicida incompreso, e con quella malinconica levità alla Cechov che aleggia sottotraccia per tutto il film. Sono i trentenni di Roan Johnson che nelle pieghe vive di una generazione poco impegnata ci ha messo radici e passione. Si è arrivati al grande passo, tre ragazzi e due ragazze (bellissime nel loro informale understatement), della fine dell’università. Bisogna come saltare nel vortice terrificante della vita. C’è chi tentenna, chi torna indietro, chi se ne frega, chi fa il salto e ci riesce, ma quanto era spensierato l’attimo dei sogni che scansano la fatica dentro a quell’appartamento studentesco dove c’è la muffa in frigo e la pasta si condisce col nulla. Johnson spezza il racconto in sequenze compatte senza mostrare la giuntura del montaggio, quadri con gente in movimento. Disegna un mondo simbolicamente abitabile nella sua povertà materiale, illustra con poche pennellate performative degli attori l’ossatura drammaturgica. Poi lascia andare la macchina da presa, la fa volare sopra i tetti di Pisa, nelle colline, tra i campi, e infine si tuffa nel mare con quella barchetta a remi sgangherati e mancante di nafta. Pazienza se non si diventerà ricchi e famosi. Quella porzione di vita vissuta ha realmente già tanto valore. 4/5

VERGINE GIURATA di Laura Bispuri – Italia/Albania/Germania 2014, dur. 90 – Con Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli

Poche parole (perlopiù in albanese) e molti fatti (cinematografici). La vertigine di un corpo attoriale da trasformare (quello di Alba Rohrwacher), uno scenario naturale muto e maestoso (le montagne dell’entroterra d’Albania), una regia autonoma e cocciuta con una macchina a mano ostinatamente dietro le spalle della protagonista (sì, ricorda i Dardenne). Ecco Vergine giurata, visione sorprendente attorno all’esposizione di un magmatico concetto d’identità per una orfanella salvata da un pastore albanese senza figli maschi che, per riconoscenza, si fa uomo e giura verginità eterna secondo la legge del kanun tagliandosi capelli e strizzando i seni sotto un ruvido pannetto che pare un cilicio. Eccelsa performance attoriale della Rohrwacher per come sottopone il proprio corpo ad un’urticante compressione della carne e dell’anima, per poi farlo gradualmente riemergere in tutta la sua sensualità fino a quel momento nascosta. Bispuri non concede nulla alle emozioni se non registrandone la realistica essenzialità. Se forse c’è un sobbalzo sfavorevole nella forza delle immagini è nella mescolanza continua tra una dimensione temporale e l’altra, dove la parte montanara/arcaica spaventa per purezza, mentre quella contemporanea soffre di maggiore convenzionalità. 3/5

THE DROP (CHI E’ SENZA COLPA) di Michael Roskam – Usa 2014, dur. 106 – Con Tom Hardy, Noomi Rapace

Diciamolo subito per tutti i fan di Tom Hardy che si moltiplicano ogni giorno come funghi: The Drop non è il film in cui vedrete brillare la vostra stell(on)a. Difficile infatti comprendere quale sia la direzione d’attori (la Rapace è sostanzialmente “non pervenuta”) in questo sciapo thriller zeppo di sangue e bugie tra consanguinei. Facilissimo invece perdersi, tra sbadigli e cellulari con suoneria abbassata, nella trametta nera che incrocia cinque destini, anzi sei con coda, tra cui quello di James Gandolfini nell’ultima parte della sua carriera dentro al locale da lui gestito a Brooklyn dove Hardy/Bob fa da barista. Nell’intrico aggrovigliato fino allo sfinimento diciamo solo che l’apparente e tradizionale disegno generale tra buoni e cattivi (il locale serve da copertura per riciclare denaro sporco) è deviato come senso ultimo dell’opera sui lati nascosti degli individui protagonisti: ognuno cela un segreto che non t’aspetti. Gioco facile per il bastardone a quattro zampe fortuitamente ritrovato da Bob/Hardy in un bidone del pattume, poi allevato con svagata non curanza, stagliarsi tra imbalsamate figure d’attori come novello Lassie o Rin Tin Tin. 1/5