La seguente storia non è frutto di fantasia. Pochi minuti prima dell’una, martedì mattina, le agenzia di stampa battono questa dichiarazione del viceministro Claudio De Vincenti: “Il governo metterà sul mercato una quota di Eni seguendo la stessa procedura adottata per Enel”. Passano circa 40 minuti poi ecco una precisazione del viceministro: “La risposta riportata dalle agenzie di stampa sulla eventuale cessione di una quota Eni risente di un misunderstanding: intendevo riferirmi alla messa sul mercato già realizzata di una quota Enel”. Il ministero del Tesoro, con una nota ufficiale, ribadisce che non è prevista alcuna cessione di azioni Eni in mano pubblica. Alla fine della seduta, a Piazza Affari, il titolo Eni chiude in rialzo dello 0, 46 per cento, ma è una media del pollo: prima crolla, per colpa delle parole di De Vincenti, poi risale con la smentita ufficiale del Tesoro.

Immaginate le conversazioni dei trader di Blackrock o in qualche banca d’affari: “Ehi, il governo italiano vende un po’ di Eni. Ah, no, si sono sbagliati, volevano dire Enel”. Che, peraltro, hanno già venduto: 2, 2 miliardi incassati cedendo il 5, 7 per cento dell’azienda. Sono mesi che, tra mezzi annunci e smentite, si parla anche di Eni. De Vincenti, che non è uno sprovveduto, ha probabilmente solo anticipato un annuncio ancora prematuro (chissà se la Consob, la commissione di vigilanza, avrà da ridire).

Questo infortunio verbale conferma però che non è una stagione felice per le privatizzazioni: la quotazione di Rai Way, che il governo ha reso imperativa tagliando 150 milioni alla Rai, sembra dare benefici soprattutto a Mediaset, che si vuole fondere. Della quotazione delle Poste si sono perse le tracce, è contrario perfino il suo amministratore delegato. Quella delle Ferrovie è molto remota e, comunque, si tratta ancora una volta di condividere con investitori privati rendite di posizione dovute al ruolo di imprese di Stato (e, quindi, sarebbe più giusto che quei profitti a scapito della concorrenza rimanessero allo Stato).

Con una mano lo Stato vende, ha raccolto finora 5,6 miliardi su 10 previsti per il 2015, con l’altra compra: la Cassa depositi e prestiti, che è controllata dal Tesoro, è al centro di tutti i disegni di politica industriale, dal tentativo di creare un polo alberghiero centrato su Rocco Forte (che è una holding inglese, e non italiana) ai progetti su Telecom Italia. Lo Stato cede beni liquidi e molto apprezzati sul mercato – come Eni ed Enel – e compra società da cui gli investitori “normali” stanno alla larga. I contribuenti sono avvisati. Quando sentite la parola “privatizzare” di solito è una sintesi dell’espressione “privatizzare i profitti, pubblicizzare le perdite”.

Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2015