È un’Italia sempre più divisa quella fotografata dal secondo rapporto sull’educazione italiana presentato nella sala “Pietro da Cortona” dei Musei Capitolini a Roma. Al Sud la parola nido è praticamente inesistente, si investono meno soldi per alunno e si ha un tasso di abbandono degli studi ben superiore che nel settentrione.

Il dossier, edito da “Giunti Scuola”, è frutto di una ricerca condotta da quattro organizzazioni professionali: l’Associazione italiana maestri cattolici; il Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti; Legambiente e Proteo oltre al Dipartimento di scienze della formazione dell’Università degli studi Roma Tre. Il primo campanello d’allarme che le realtà promotrici del dossier suonano è per la situazione dei nidi che restano la Cenerentola del Paese con un tasso di partecipazione nazionale del 13,5%. In generale, anche se negli ultimi anni la situazione è migliorata, siamo ancora molto lontani dagli obiettivi Europa 2020 che prevedono un tasso di domanda e di offerta di servizi per la prima infanzia pari al 33%.

Il dato, ripreso per singole regioni, fa comprendere quanto sia necessario investire su questa fascia d’età: in Calabria si ha un’adesione del 2,5%, in Campania del 2,8%. Nemmeno la Puglia di Nichi Vendola raggiunge quote dignitose fermandosi al 4,5% di partecipazione. In Sicilia i bambini che vanno al nido sono solo il 5,4%. Bisogna andare in Sardegna per vedere un primo dato in controtendenza: 12,6%. Numeri che si moltiplicano nelle regioni del Nord dove in Emilia si arriva al 26,5% di minori frequentanti; in Valle d’Aosta al 21%; in Lombardia al 17,5% e al 23% in Umbria. Da notare che ai più bassi tassi di partecipazione ai nidi corrispondono , in alcune regioni, numeri molto elevati di presenza alla scuola dell’infanzia (112,2% in Calabria) come se una parte significativa della domanda inevasa di nidi, trovasse risposta nella frequenza anticipata della scuola dell’infanzia.

“Ciò che colpisce maggiormente – spiegano gli organizzatori – è la forte disomogeneità territoriale, dagli andamenti demografici alla frequenza dei nidi, dalle scelte degli indirizzi nella scuola secondaria superiore alle frequenze dei percorsi di istruzione e formazione professionale, dagli abbandoni scolastici al  numero dei NEET (Not in Education, Employment, or Training ovvero i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono occupati e nemmeno inseriti in un percorso di istruzione o formazione), tutti i dati mostrano un’Italia profondamente divisa e disomogenea, che richiede interventi non solo di convergenza europea, ma anche e soprattutto di convergenza nazionale”.

Una divisione che si manifesta anche nella spesa per l’istruzione: la spesa locale, di Province e Comuni, risulta mediamente pari a 873 euro ma anche in questo caso l’oscillazione tra i valori minimi e quelli massimi è molto ampia: si va dai 409 euro ad alunno investiti in Campania ai 1.371 euro per scolaro in Emilia-Romagna.

“L’Italia – spiegano i ricercatori – evidenzia andamenti peggiori della media dei Paesi esaminati. Nel primo decennio del secolo, mediamente, nei Paesi dell’Ue la spesa, partendo da un valore leggermente superiore al 5% del Pil, cresce del 10%, mentre in Italia, nello stesso periodo, pur partendo da un valore del 4,5%, non ha avuto incrementi: la quota impegnata nel 2010 è la stessa di quella del 2000. Nel 2011 si registra una forte riduzione della quota di Pil destinata all’istruzione e dai dati provvisori forniti da Eurydice la tendenza al calo continua anche nei due anni successivi”. Le conseguenze di questo mancato impegno si vedono nei risultati, soprattutto negli abbandoni scolastici che spaccano ancora il Paese. I NEET sono il 33,3 % nel Mezzogiorno contro il 17,6% del Centro Nord.