A Torino, i dipendenti del centro ricerche della General Motors, per dieci giorni all’anno, potranno lavorare da dove vogliono, invece che dalla loro scrivania. Resta da chiedersi che bisogno ci sia di tenerli inchiodati per gli altri 355 giorni visto che, evidentemente, non è così necessario. Anche l’articolo che state leggendo, invece che da una scrivania della redazione romana del Fatto poteva essere scritto da Islamabad in Pakistan o da Cupertino in California.

Il sistema editoriale che permette di disegnare e riempire le pagine non è altro che un link, lavorare tutti nello stesso ufficio è tradizione più che necessità. Il lavoro a distanza non è una bizzarria, qualcosa di un po’ freak come i tavoli da ping pong o le palestre aziendali in certe aziende della Silicon Valley. La rottura del vincolo fisico per svolgere un lavoro sta per distruggere quel poco che resta delle rigidità normative novecentesche.

Non è una coincidenza che i lavoratori più precari, con i redditi più bassi e con le minori tutele in Italia siano i giovani professionisti (avvocati, architetti, traduttori, giornalisti ecc.). Perché il loro lavoro si può fare da casa e si conclude mandando una email al cliente o al committente.

Da anni Amazon Mechanical Turk ha introdotto una specie di bacheca degli annunci virtuale globale in cui si mettono in vendita prestazioni come questa: “Scrivere una risposta di 450 parole a un quesito finanziario”, tempo richiesto 60 minuti e retribuzione di 36,50 dollari. Avanti con i volontari. Anche i driver di Uber, sia i professionisti che i comuni cittadini che offrono la loro auto alla App americana, se hanno un solo committente smettono di essere davvero liberi professionisti e cominciano a sembrare dipendenti di un nuovo tipo.

A gennaio l’Economist notava che i mille servizi di “lavoro a chiamata” immediata tramite una app dallo smartphone “sono una sfida alle ipotesi di fondo del capitalismo del Ventesimo secolo, dalla natura delle imprese alla struttura delle carriere”. Schiere di lavoratori a cottimo, privi di tutele, ammortizzatori sociali e garanzie di avanzamento. Ma anche liberi di lavorare quanto, come e dove vogliono, di avvicinare direttamente i clienti senza passare da ordini professionali, intermediari, società di distribuzione, di muoversi tra le maglie della legge, nel bene e nel male. Non è detto che sia meglio di oggi, ma non è neppure scontato che sia peggio.

Morale: il Jobs Act di Matteo Renzi è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale e ora è in vigore il contratto a tutele crescenti. Ma davvero qualcuno pensa che il cambiamento del mercato del lavoro passi da lì? Il Ventunesimo secolo è cominciato già da 15 anni, solo in Italia ancora fatichiamo ad accettarlo.

Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2015