Scandisce bene le sillabe, Gianluca Buonanno: “i Rom sono la fec-cia del-la so-cie-tà” di fronte alle telecamere di Piazzapulita di lunedì scorso. Sarà l’adrenalina delle telecamere, ma quelle sillabe scandite fanno sembrare che l’europarlamentare comunichi una convinzione profondamente sentita.

Non è la prima volta. E non sono solo i politici leghisti né solo quelli di destra. La novità è semmai che ora c’è chi li misura. Si tratta degli hate speeches, i discorsi che inneggiano all’odio, tipicamente verso gruppi minoritari o soggetti socialmente deboli. Disabilità, omofobia, antisemitismo, razzismo, misoginia. Chi li misura, scientificamente, con una prima base dati di 1.800.000 tweet e un software semantico studiato dalle Università di Bari e Milano è l’associazione Vox che recentemente ha pubblicato vere e proprie mappe delle discriminazioni in Italia presentate a Milano al Forum delle Politiche sociali di Milano.

Già, perché come ci insegna quel tale Cosimo Pagnani che ha reso pubblico con un post su Facebook l’omicidio dell’ex compagna con quel “sei morta, troia che è stato condiviso da più di trecento utenti, i social sono il terreno ideale per far crescere la pianta dell’intolleranza.

E’ l’illusione della solitudine dell’uomo di fronte alla macchina a disattivare i freni inibitori e talora insieme ad essi ogni apparenza di intelligenza e umanità. Così la discriminazione via Twitter o Facebook conosce una nuova nascita e si moltiplica, trasversalmente. Contagiando il mondo reale.

Così capita oggi che lo “sceriffo” Gentilini, ex primo cittadino di Treviso faccia sapere al collega sindaco di Verona che se autorizza il Gay Pride “gli spara, ci vuole una purga” ma anche che una donna settantenne al supermarket apostrofi un bambino di nove anni dalla pelle ambrata fino a farlo piangere: “Tutti i negri dovrebbero essere buttati in mare”. La nonnina insieme alla spesa ha portato a casa una querela dai genitori del bimbo, ma l’evento è di quelli che non si dimenticano.

Gentilini si trova solo al terzo posto di una personalissima classifica degli hate speech. I primi due si riferiscono a una coppia di dichiarazioni rese a “La Zanzara” grazie alle capacità dei geniacci Cruciani & Parenzo che hanno estratto da figure istituzionali convinzioni profonde.

Uno che non si tira mai indietro è Mario Borghezio, che, riferendosi all’ex ministro di origine congolese Cecile Kyenge propose nel 2013 un hate speech articolato: “la parola ‘negra’ in Italia non si può dire ma solo pensare. […] Mi sembra una brava casalinga, non un ministro del governo. […] Gli africani sono africani, appartengono a un’etnia molto diversa dalla nostra. Non hanno prodotto grandi geni, basta consultare l’enciclopedia di Topolino. Kyenge fa il medico, gli abbiamo anche dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche bravo medico italiano.”

Eppure Borghezio non guadagna la cima della classifica. Il discutibile primato appartiene infatti saldamente all’avvocato Taormina, condannato per discriminazione delle persone omosessuali, avendo dichiarato nel corso della trasmissione del 6/8/2014 “non voglio gay nel mio studio (…) faccio una cernita adeguata in modo che questo non accada. (…) Parlano diversamente, si vestono diversamente, si muovono diversamente, è una cosa assolutamente insopportabile, guardi. È contro natura”.

L’hate speech mediato da Internet o dalla politica è quindi sempre più frequente poiché dà voce a paure profonde. A 67 dalla dichiarazione universale dei diritti umani resuscita quindi in piena forma un’intolleranza feroce, riattivata dalla disinibizione caciarona e tecnologica di Internet e dal terrorismo islamico fondamentalista che spaventa. Secondo l’assessore alle politiche sociali di Milano Pierfrancesco Majorino c’è anche chi ci marcia: “Esiste ormai un progetto politico strutturato intorno all’odio. È il progetto politico della paura”.