Sulla revoca dei vitalizi ai condannati in via definitiva, Laura Bottici, questore del Senato in quota Movimento 5 Stelle, aveva giocato una partita tutta all’attacco sin dall’inizio della legislatura. La svolta è arrivata con la presa di posizione del presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso, che si è dichiarato pienamente favorevole alla cancellazione di questi assegni pensionistici. «Per mesi Camera e Senato hanno giocato a nascondino, ma il gioco ora è finito», osserva soddisfatta l’esponente del M5S.

Senatrice Bottici, qualcosa si muove. Sulla revoca dei vitalizi agli ex parlamentari condannati il presidente Grasso ha preso una posizione chiara e netta: si devono tagliare. Soddisfatta?
«Finalmente il presidente Grasso ha messo un punto fermo a questa discussione, sentenziando la fine del gioco. Una settimana, dieci giorni, non importa. Si arriverà presto alla votazione. La politica deve dar conto delle sue scelte ai cittadini e la campagna di Riparte il Futuro (ha proposto una petizione per la revoca di questi vitalizi, ndr) ha fatto ben capire quale sia la volontà dei cittadini».

Dopo tante discussioni sull’intangibilità dei diritti acquisiti e polemiche sulla costituzionalità di un possibile intervento di cancellazione, alla fine la soluzione che si profila è quella del ricorso da parte di Montecitorio e Palazzo Madama ai principi dell’autodichia, la giurisdizione che consente alle Camere di regolare la propria vita interna. E’ una soluzione che condivide?
«Le Camere godono di autonomia, riconosciuta dalla Costituzione, e in alcuni ambiti agiscono in regime di autodichia, appunto. L’erogazione dei vitalizi, a differenza dell’indennità parlamentare,  è regolamentata, in totale autonomia, tramite delibere del Consiglio di Presidenza di Senato e Camera senza l’intervento della legge ordinaria. Durante il nostro Consiglio di Presidenza di luglio dissi chiaramente che lo strumento da utilizzare era una nostra delibera e che se qualcuno nutriva dei dubbi si poteva benissimo presentare un disegno di legge in merito con la firma di tutti i componenti del Consiglio stesso. Se avessimo scelto questa strada, legge ordinaria poi recepita dal Consiglio di Presidenza, l’argomento sarebbe già chiuso. Ma è sempre una questione di volontà politica».

Eppure, il principio dell’autidichia non viene sempre rispettato all’interno dell’amministrazione. Per esempio nei casi riguardanti gli stipendi e le pensioni, il personale minaccia ricorsi alla magistratura. Che ne pensa?
«Per le pensioni dei dipendenti e degli ex parlamentari abbiamo applicato il contributo di solidarietà stabilito dalla norma nazionale. Per gli stipendi degli stessi dipendenti abbiamo applicato il tetto dei 240 mila euro al netto dei contributi previdenziali e delle altre indennità mentre la norma contenuta nel decreto 66/2014 stabiliva un tetto di 240 mila lordi. Personalmente, penso che si debba comunque andare verso l’eliminazione del regime in autodichia per quanto riguarda i dipendenti».

Poi c’è il capitolo dei rapporti dell’amministrazione con l’esterno. Per esempio le forniture e gli appalti. Qual è la situazione al riguardo?
«Come dicevo prima, si fa un minestrone: da una parte si seguono le norme di legge italiane ed europee, dall’altra si agisce in regime di autodichia. Per l’aggiudicazione delle gare abbiamo una commissione composta da membri dell’amministrazione e da commissari esterni, nominati dai questori, che verifica il corretto svolgimento della consegna dei documenti e la loro congruità, stabilendo una classifica in base al criterio della gara d’appalto. Poi sono i Questori che assegnano la gara. In caso di ricorso del concorrente è però sempre la commissione interna che giudica regolarità e validità della procedure. Bene, secondo me sarebbe meglio se a decidere fosse invece la giustizia ordinaria».