La guerra contro la recessione si vince prima nei cuori e nelle menti e dopo nelle statistiche: senza fiducia nel futuro non ci sono consumi e investimenti e dunque niente posti di lavoro.

Per questo è un dato importante quello che ha pubblicato ieri l’Istat: a febbraio “l’indice composito del clima di fiducia dei consumatori” è passato da 104, 4 a 110, 9. Un aumento che l’istituto di statistica giudica “significativo” (la base è il valore del 2005 fatto pari a 100). C’è quindi una impennata di ottimismo. Che va però analizzato: la scomposizione dell’indice rivela che l’aumento principale di fiducia riguarda il clima economico, cioè il contesto generale (da 111, 1 a 130, 9). Quasi impercettibile il miglioramento delle previsioni sulla propria situazione personale. E va segnalata l’impressione che gli italiani hanno della condizione complessiva del Paese: disastrosa, e addirittura in frastico peggioramento (da -101 di gennaio a -73 di febbraio).

Questi dati in apparenza contraddittori danno un messaggio chiaro: gli italiani si sono convinti che le cose vanno male, malissimo, ma che siamo arrivati al tanto atteso momento di svolta della crisi. Anche se restano ancora cauti sull’ipotesi di avere qualche beneficio diretto dal contesto macroeconomico (le misure della Bce, l’euro che si indebolisce, la corsa dell’economia americana, il petrolio low cost). In teoria è l’atteggiamento ideale per vedere salire un po’ consumi e investimenti. L’unico spunto di cautela deriva dal rumore statistico di queste settimane. La Banca d’Italia ha detto che cresceremo più del previsto grazie alle mosse di Mario Draghi, il ministro Pier Carlo Padoan ha parlato di un Pil che vola a è 3, 6 per cento (l’impatto delle riforme, se attuate, da qui al 2020). Anche Confindustria ha parlato di “sorprese positive”, categoria inusuale nell’analisi economica. Purtroppo, però, il Pil italiano nel 2015 crescerà soltanto dello 0, 4 per cento circa. Ogni stima di impennate nel 2016 vale zero: nella crisi ogni previsione sopra i sei mesi si è rivelata sbagliata.

Esagerare con l’ottimismo rischia di creare forti delusioni quando i miracoli non arrivano. E far cambiare idea a un consumatore o investitore deluso è quasi impossibile.

il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2015