Tsipras annuncia il suo candidato per  la nomina a Presidente della GreciaIl governo greco a marchio Syriza è certamente sceso a compromessi, almeno temporaneamente. Su questo non ci sono dubbi. Se riascoltiamo e rileggiamo il programma elettorale di Tsipras e poi gettiamo un occhio alla lettera con cui il suo esecutivo ha convinto l’Eurogruppo a prolungare di quattro mesi l’accordo sul debito, ci accorgiamo subito che non sono esattamente la stessa cosa.

Le privatizzazioni già in corso non verranno bloccate (anche se su questo punto sembra esserci un dietrofront dell’ultimo minuto, che però violerebbe gli impegni assunti dal governo con l’Eurogruppo1). La spesa pubblica verrà tagliata. Razionalizzata, si certo, ma comunque ridotta, anche in un settore come quello sanitario, in cui il governo mira a garantire l’accesso gratuito universale. Quindi sarà obiettivamente difficile fornire quella spinta immediata all’occupazione che si attendeva. Non dimentichiamoci che soltanto pochi giorni fa Tsipras aveva di nuovo parlato di riassunzioni pubbliche. Almeno 3.000 persone licenziate illegittimamente2. Oggi sembra tutto molto più complesso. Perfino le decisioni sull’aumento del salario minimo dovranno essere concertate con i partner europei e con le istituzioni internazionali.

Per farla breve, la Troika è ancora lì. La più grande scommessa di Tsipras era proprio questa, affrancare la politica nazionale dalle stringenti richieste della Commissione europea, della Bce e del Fmi. E molti in Grecia vivevano questa attesa come si può vivere una sorta di liberazione nazionale da un occupante straniero, o qualcosa di simile. E invece, come ha giustamente sottolineato Ian Traynor sul The Guardian, ciò che Berlino, la Bce e il Fmi hanno voluto mettere in chiaro nei giorni scorsi è esattamente l’opposto. Che la Troika continua ad essere il referente principale di Atene, e non può essere altrimenti.

Ora questi sono i fatti. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno si può dire che il governo greco e suoi creditori si sono incontrati a metà strada. Certo, alcuni passi in avanti sono stati compiuti rispetto all’impasse di qualche mese fa. Sul piano della cosiddetta “crisi umanitaria”, per esempio, il nuovo esecutivo sembra deciso a intervenire con decisione. Ma è innegabile che molti siano rimasti delusi. Anche nella stessa Syriza. Due fra tutti, il partigiano Manolis Glezos, che ha addirittura chiesto scusa per essersi illuso che il suo partito potesse davvero cambiare le cose, e il vice-ministro del welfare, Dimitris Stratouli, che ha denunciato “un passo indietro rispetto alle promesse elettorali”.

Ora, messa da parte l’eterna questione dell’incongruenza tra ciò che si promette prima del voto e ciò che poi si riesce realmente a fare, resta da chiedersi se questo compromesso sia una battuta d’arresto per Tsipras e se ci siano delle responsabilità da addebitargli. Probabilmente no.

Aspettarsi che la Grecia, da sola, nelle condizioni in cui versa ora, potesse rimettere in discussione le strategie economiche dell’Unione è un esercizio di immaginazione. In un precedente post avevo scritto che la vittoria di Tsipras sarebbe stata un’arma a doppio taglio per la sinistra europea, perché non c’era nulla di più pericoloso per la sinistra radicale che raggiungere il potere nel Paese più indebitato di tutti. Il rischio di non riuscire ad ottenere ciò che si promette è altissimo. E se ciò avvenisse consoliderebbe ancora di più le certezze di chi ora governa le istituzione europee.

Nella lunga trattativa della Grecia all’interno dell’Eurogruppo è mancata ogni tipo di sponda a sinistra. Ciò che realisticamente ci si poteva attendere dalla vittoria di Tsipras è che servisse da miccia, che desse una spinta a Paesi politicamente ed economicamente più influenti della Grecia, cioè Francia e Italia, per rimettere in discussione il paradigma economico dettato dai Paesi dell’area centro-settentrionale.

Ma tutto questo non è avvenuto. Tre anni fa Hollande aveva concluso la sua roboante campagna elettorale prospettando un cambio di rotta radicale per l’Europa, l’allentamento dei vincoli di bilancio, e l’introduzione degli Eurobonds. In poche parole, che la Francia si sarebbe messa di traverso al blocco dei sostenitori del rigore, capitanato da Berlino. Tutto ciò ovviamente non è avvenuto. La trattativa di Tsipras con i partner europei ha posto il Presidente Francese di fronte ad una chiara scelta politica. Lui ha risposto proponendosi come mediatore tra Atene e Berlino. Cioè si è limitato a non prendere posizioni.