La prescrizione probabilmente seppellirà tutto. Tuttavia, secondo la procura di Bologna non c’è dubbio che l’ex ministro dell’interno Claudio Scajola e l’allora capo della Polizia Gianni De Gennaro, ora indagati per cooperazione colposa in omicidio colposo, fossero al corrente dei rischi che correva il giuslavorista Marco Biagi e nonostante ciò non gli diedero una scorta.

I due indagati ricevettero telefonate e segnalazioni
A dimostrarlo, nel caso dell’allora capo del Viminale ci sarebbero le telefonate ricevute da amici e conoscenti di Biagi, sui timori per la sua incolumità; e poi le segnalazioni dei ministri giunte fino a pochi giorni prima dall’omicidio di via Valdonica del 19 marzo 2002 per mano delle Nuove Brigate rosse. De Gennaro (oggi a capo di Finmeccanica), sarebbe invece stato avvisato delle paure di Biagi persino dall’allora presidente della Camera Pier Ferdinando Casini. Ma Biagi rimase senza tutela e secondo il procuratore Roberto Alfonso e il sostituto Antonello Gustapane, i due indagati in questo modo, pur avendone l’obbligo, “per imprudenza e per negligenza” non impedirono che i brigatisti potessero raggiungere il loro scopo.

Il giuslavorista era “un obiettivo sensibile”
C’è voluto un anno di indagini per ricostruire la vicenda della mancata scorta. Già una prima indagine nel 2004 era stata archiviata. Allora si indagò solo sul perché a Biagi nel 2001 fu tolta la scorta che aveva a Modena, Roma, Milano e, appunto, Bologna. Il giuslavorista in quanto collaboratore di Massimo D’Antona (ucciso Nuove Br nel 1999) al ministero del lavoro, era infatti obiettivo sensibile ed era stato sotto tutela tra il 2000 e la metà del 2001.

Ucciso perché non aveva una scorta
La nuova inchiesta partita un anno fa ha invece cercato di ricostruire perché non sia stata riassegnata al professore una scorta, tra la fine del 2001 e il 2002. E secondo i pm bolognesi quell’input sarebbe dovuto arrivare da Scajola e De Gennaro, ma non è arrivato. Tutto parte il 3 ottobre 2001 quando viene pubblicato il Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, in cui il ministero del lavoro di Roberto Maroni espone il programma di riforme del governo Berlusconi. Coordinatore di quello studio è proprio Biagi, che da quel momento, secondo i magistrati, diventa uno degli obiettivi principali per l’eversione neo-brigatista. Ma è un obiettivo preso di mira anche perché gli assassini avevano verificato che non era sottoposto ad alcuna misura di protezione. Come del resto ha raccontato agli inquirenti Cinzia Banelli.

I comunicati dei brigatisti e la nota del Sisde
Insomma Biagi e Scajola, secondo la Procura, omisero “di considerare l’elevatissima probabilità che Biagi” fosse divenuto “l’obiettivo principale delle BR”. C’erano comunicati dei brigatisti in carcere, c’erano note riservate dei servizi di sicurezza e degli 007. C’erano poi i rapporti del Sisde, l’allora servizio segreto che dal 2000 al 2002 avevano messo in guardia da un possibile ripetersi di azioni “sul solco dell’azione D’Antona”, con attacchi anche a “obiettivi simbolo o a persone che non beneficiano di misure di protezione”. Secondo i pm inoltre quando arrivò la nota del Sisde del 26 febbraio, l’ultima prima dell’omicidio, De Gennaro avrebbe dovuto segnalare alle Digos delle diverse città quel rapporto. Ma, sostiene la Procura, non lo fece.

Le carte e la testimonianza di Luciano Zocchi
Ma la chiave dell’inchiesta è un’altra. I pm erano ripartiti nelle loro indagini dal ritrovamento un anno fa di alcune carte nell’archivio di Luciano Zocchi, allora segretario particolare del ministro degli interni. Quegli appunti dimostrerebbero che almeno quattro giorni prima del delitto, il 15 marzo 2002, Scajola avrebbe saputo dei pericoli che correva Biagi. In parlamento nell’aprile 2002, il ministro negò: “Non è ipotizzabile – disse allora a Palazzo Madama, riferendosi agli allarmi sulla sicurezza del professore – un mio interessamento mai richiesto da alcuno in una vicenda di cui non sono mai stato informato”. Ma ora la lunga inchiesta, con decine di persone sentite, sembra smentirlo. I pm elencano una per una tutte le occasioni in cui gli fu fatto cenno della questione Biagi: Roberto Maroni avrebbe parlato a Scajola di Biagi in occasione di un consiglio dei ministri il 29 agosto 2001, poi i primi di ottobre 2001, a fine gennaio 2002 e infine il 14 marzo 2002. Franco Frattini, allora ministro della Funzione pubblica il 15 marzo 2002 avrebbe per telefono segnalato la questione. Lo stesso giorno secondo la ricostruzione dei pm, l’allora direttore generale di Confindustria Stefano Parisi e in un altro momento, Enrica Giorgetti (moglie dell’ex ministro Maurizio Sacconi) telefonarono al segretario Zocchi che a sua volta avrebbe segnalato a Scajola. Della telefonata di Parisi, quello stesso 15 marzo 2002, sarebbe stato avvisato anche De Gennaro.

Scajola e De Gennaro: “Non ci sono segnali”
Un giorno particolare il 15 marzo: il settimanale Panorama pubblica dei passaggi della relazione semestrale del Sisde del 26 febbraio. Si parla di terrorismo, non si fa il nome di Biagi, ma l’identikit del bersaglio è quello e non è un caso che Zocchi riceva quelle telefonate allarmate. Quello stesso giorno (ma prima di sapere delle telefonate al suo segretario), Scajola durante il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza chiede a De Gennaro “un punto della situazione per quanto concerne il pericolo di terrorismo”. De Gennaro risponde: “Al riguardo non pervengono segnali specifici, né ci sono ulteriori elementi”.

Il problema dei pm ora e che il reato contestato è prescritto da almeno 5 anni. Quindi? La procura ha inviato nei giorni scorsi al tribunale di Bologna le carte in cui sono spiegate punto per punto le accuse mosse ai due indagati. A norma di Costituzione, visto che si persegue un ex ministro per fatti contestati nell’ambito delle sue funzioni, una corte formata ad hoc proprio nel tribunale di Bologna (una sorta di sede staccata del tribunale dei ministri), sentirà presto Scajola e De Gennaro. I due davanti ai giudici potranno avvalersi della prescrizione. Se invece decideranno di farsi giudicare la palla passerà al Senato, cui spetta il compito di decidere sulla autorizzazione a procedere per gli ex ministri. La posizione di De Gennaro seguirà lo stesso iter di quella di Scajola.