Sono passati nove mesi da quando emerse la notizia che la Procura di Bologna aveva aperto una nuova indagine sull’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, ammazzato dalle Brigate Rosse il 19 marzo del 2002. Claudio Scajola e Gianni De Gennaro, secondo quanto riporta l’agenzia Ansa, sono indagati nell’inchiesta bis sulla revoca della scorta al consulente del ministero del Lavoro. All’epoca Scajola e De Gennaro erano rispettivamente ministro dell’Interno e capo della Polizia.

L’ipotesi di reato su cui gli inquirenti avevano riaperto l’inchiesta archiviata sui comportamenti omissivi di funzionari di Stato nella revoca della scorta è omicidio per omissione. Si tratta di un’ipotesi di reato più grave dell’omissione semplice – che si sarebbe prescritta dopo 7 anni e mezzo (nel 2009) – e dunque ancora perseguibile. Ma, secondo quanto scrive l’Ansa, il reato contestato è cooperazione colposa in omicidio colposo.

A Scajola e De Gennaro, oltre che ai familiari del giuslavorista, assistiti dall’avvocato Guido Magnisi, è stato notificato un atto in cui si chiede a una sezione speciale del tribunale di Bologna di interrogarli per sapere se intendono o meno avvalersi della prescrizione. Anche se il legale di Scajola non conferma: “Non abbiamo ricevuto carte, nessun avviso. Quindi non so assolutamente nulla” dice l’avvocato Marco Mangia.

A Scajola e De Gennaro sono contestate una serie di omissioni, a partire dal 3 ottobre 2001, quando fu presentato il libro bianco sulle condizioni del lavoro in Italia. Per gli inquirenti “omettevano di adottare direttamente o di far adottare dagli organi a loro sottoposti in favore del prof. Biagi misure idonee a proteggerne l’incolumità dall’elevato rischio di subire attentati”.

L’inchiesta era scaturita dal sequestro di documenti nell’inchiesta sul conto dell’ex ministro dell’Interno Scajola arrestato per favorito la latitanza del collega di partito Amadeo Matacena. A chiedere la riapertura delle indagini era stato il pm Antonello Gustapane, con l’ipotesi che chi sapeva delle minacce a Biagi non fece quello che era in suo potere e dovere per porlo al riparo.

Il ministero dell’interno, che a quel tempo era appunto diretto da Scajola, aveva ritirato la scorta al professore nonostante le sue continue richieste. La scorta al giuslavorista, coautore tra l’altro del contestato Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, fu tolta definitivamente in seguito a una circolare del ministro Scajola del 15 settembre 2001, che dava seguito a una riorganizzazione e riduzione generale di questo tipo di tutela in tutta Italia.

Biagi, che riceveva continue minacce, anche telefoniche, per il suo contributo alla riforma della legislazione sul lavoro, chiese ripetutamente che la protezione fosse mantenuta, e per lui si mossero diverse personalità, compreso l’allora ministro del Welfare Roberto Maroni.

Biagi scrisse all’allora presidente della Camera e suo amico Pierferdinando Casini, al sottosegretario Maurizio Sacconi, all’allora prefetto di Bologna, allo stesso Stefano Parisi, nel 2002 direttore generale e braccio destro di Antonio D’Amato in Confindustria. A tutti chiese di adoperarsi per la sua sicurezza personale. Ma nonostante l’interessamento da parte dei destinatari delle lettere, la scorta non arrivò e il docente venne assassinato mentre rincasava in bicicletta, sotto la sua abitazione di via Valdonica.

L’ex segretario di Scajola Luciano Zocchi aveva portato agli inquirenti una lettera in cui avvertiva del rischio. Era stata sentita anche l’ex Br Cinzia Banelli che aveva dichiarato che se il professore avesse avuto una scorta non sarebbe stato ucciso. Anche l’ex ministro Maroni era stato sentito dagli inquirenti, come del resto Marina Orlandi, vedova del docente. Se qualcuno ha sbagliato nel togliere la scorta a Marco Biagi “lo ha fatto per superficialità e certamente non per volontà – afferma Zocchi -. Confermo tutto quello che ho detto fino ad oggi. Tutto quello che sapevo l’ho raccontato ai magistrati che mi hanno ascoltato”.

Oltre alla vedova di Marco Biagi, ai due figli del giuslavorista Lorenzo e Francesco e alla sorella Francesca Biagi, la Procura di Bologna individua come persone offese anche la Presidenza del Consiglio dei ministri e lo stesso ministero dell’Interno. “È stato fatto un lavoro preciso, puntuale e articolato da parte della Procura di Bologna” dice l’avvocato Guido Magnisi, legale dei familiari di Marco Biagi.