Ecco le carte che accusano Scajola. Questi documenti insieme alla testimonianza di chi li ha vergati, l’allora segretario particolare del ministro dell’Interno Scajola, Luciano Zocchi, hanno portato la Procura di Bologna a riaprire l’indagine sulla mancata protezione del giuslavorista Marco Biagi, ucciso il 19 marzo 2002 dalle Brigate Rosse. Zocchi, carte alla mano, accusa Scajola di non avere fatto nulla nonostante fosse stato avvertito del rischio con una lettera. Inoltre accusa il prefetto Giuseppe Pecoraro di avere pronunciato, per replicare al suo allarme su Biagi, la frase: “ma quello si fa le telefonate (di minaccia) da solo”. Pecoraro nega, da quello che risulta al Fatto, ma il carteggio che oggi pubblichiamo unitamente alla testimonianza di Zocchi è impressionante. Al punto che il pm di Bologna Antonello Gustapane ha riaperto l’indagine 12 anni dopo, stavolta per omicidio per omissione, un’ipotesi di reato più grave dell’omissione semplice che si sarebbe prescritta nel 2009. L’inchiesta è contro ignoti.

L’ex capo segreteria di Scajola non ha mai parlato perché: “nessuno mi ha mai chiamato a deporre”. Zocchi vedeva aumentare la distanza tra le versioni ufficiali e quello che sapeva lui e ha conservato le carte per sua tutela. I documenti sono saltati fuori per caso quando è stato perquisito nel 2013 in un’altra indagine sull’eredità dei Salesiani dalla quale è uscito con la richiesta di archiviazione della stessa Procura. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone lo ha ascoltato e ha immediatamente inviato il materiale esplosivo a Bologna. Qui il pm Gustapane ha risentito lui e poi ha convocato gli altri protagonisti della vicenda: la moglie dell’allora sottosegretario al lavoro Maurizio Sacconi, Enrica Giorgetti, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e il prefetto Giuseppe Procaccini, recentemente protagonista del caso Shalabayeva. 

Scajola a Libero nel 2007 dichiarava: “Io non sapevo nemmeno chi fosse Biagi. Le pare che se avessero detto al ministro: ‘metti la scorta a Biagi’ non sarei intervenuto? Se non l’ho fatto significa che nessuno mi avvertì”. Ora un appunto su carta intestata del Ministero firmato da Zocchi quattro giorni prima della morte di Biagi lo smentisce. “L’onorevole Maurizio Sacconi – scriveva Zocchi – ti segnala l’opportunità di rafforzare la tutela soprattutto del Prof. Marco Biagi, consulente del Ministro Maroni, ‘successore ’ di Tarantelli, D’Antona ecc…”. L’elenco sinistro delle vittime delle Br purtroppo si è allungato con il nome di Biagi quattro giorni dopo dando un significato premonitore a quel ‘successore’. Molto tempo prima di essere sentito dai pm Zocchi ci ha raccontato la sua versione con il patto che l’avremmo pubblicata in esclusiva ma solo quando lui avrebbe dato il via libera. Zocchi temeva ripercussioni legali ma oggi, dopo che l’inchiesta è stata svelata, abbiamo deciso di pubblicare le dichiarazioni raccolte nel 2011.

“La moglie di Maurizio Sacconi, Enrica Giorgetti, che io conosco da tanti anni – ci ha raccontato Zocchi – per il mio precedente lavoro come dirigente della Unilever, mi telefona il 15 marzo del 2002. Mi dice che è uscita su Panorama la relazione dei Servizi segreti nella quale si parla dei rischi di attentati per i consulenti del ministero del lavoro. Mi dice che teme per il marito ma di più per Marco Biagi. ‘Luciano – mi implora la Giorgetti – prometti che farai tutto il possibile per Biagi, lui rischia la vita’. Immediatamente – prosegue Zocchi – scrivo un appunto (pubblicato sopra, ndr) nel quale segnalo a Scajola che il ministro Sacconi, non cito la moglie per sintesi, chiede di ‘rafforzare la tutela’ di Biagi. Non immaginavo che non avesse nemmeno un uomo a sua tutela. Poco dopo mi arriva una telefonata dell’allora direttore generale di Confindustria Stefano Parisi che mi ribadisce la sua preoccupazione per Biagi e chiede un incontro urgente al ministro. Io metto i due fogli insieme in una busta marrone con su scritto ‘personale urgente per On.le Claudio Scajola’ che viene consegnata alla segretaria del ministro, Fabiana Santini (poi divenuta assessore della giunta Polverini nel Lazio, ndr). La prova che la lettera sia stata consegnata è nel secondo foglio (quello sulla telefonata di Parisi, ndr). Non c’è il protocollo ma la mia segretaria – spiega Zocchi – aveva scritto in alto la data e persino l’ora h 11 e 13 minuti e poi: ‘consegnato alla d.ssa Santini’”. Zocchi è sicuro che Scajola abbia letto i messaggi perché, spiega: “la sera dello stesso 15 marzo ricevo una telefonata di Scajola tramite la Batteria del Viminale. Il ministro mi dice con voce scocciata: ‘Come conosci Stefano Parisi?’. Non era interessato alla scorta di Biagi ma sembrava irritato perché io conoscevo un personaggio importante. Lui era fatto così. Comunque mi dice che lo chiamerà anche se non riuscirà a incontrarlo perché l’indomani è in partenza. Arriviamo così al 19 marzo, ero al ristorante Il Bolognese con un gruppo di politici liguri e mi chiama Enrica Giorgetti sconvolta: ‘lo hanno ammazzato’. A quel punto chiamo subito Giuseppe Pecoraro, per dargli la notizia. Lui rimase di stucco. Sa perché? Appena ricevuta la telefonata di Enrica Giorgetti il 15 marzo io cercai Scajola ma era a presiedere il comitato nazionale sulla sicurezza. Allora inviai le lettere alla Santini e la richiamai per sincerarmi che fossero state consegnate. Poi feci fare le fotocopie (che sono state sequestrate e che pubblichiamo, ndr). Però non mi accontentai. Andai da Giuseppe Procaccini, allora vicecapo della Polizia, con le fotocopie delle lettere in mano. Gli parlai della questione della scorta a Biagi e lui mi disse di parlarne con il capo della segreteria del dipartimento, Giuseppe Pecoraro dal quale dipendevano le scorte”.

Zocchi si precipita da Pecoraro sperando che lo ascolti: “Avevamo un amico in comune ed eravamo andati a cena una volta allo Scarpone al Gianicolo. Quando gli faccio vedere le lettere sulla richiesta di tutela lui mi gela: ‘Ma questo Biagi è quello che si fa le telefonate da solo’. Questa frase io l’ho letta la prima volta solo molti mesi dopo, quando Scajola si dimise perché diede a Biagi del rompicoglioni. Gli dissi: ‘guarda che non me lo sono inventato io, mi ha chiamato la moglie di Sacconi’”. Il giorno dopo Zocchi incontra Enrica Giorgetti perché temeva che dessero a lui la colpa del mancato allarme. “Le dissi: ‘dì a tuo marito che io ho fatto il mio dovere e ricordo come fosse oggi che le ho mostrato le lettere in un bar vicino alla Chiesa evangelica”. Nei mesi successivi Scajola affidò il compito di accertate le responsabilità al suo capo di gabinetto, il prefetto Mario Sorge, scomparso due anni fa. “Pensavo che mi chiamassero in causa e sarei stato felice di parlare allora. Sarei molto curioso di sapere se c’è il mio nome nella relazione Sorge. Mi consultai con il mio padre spirituale che mi disse: ‘Luciano tu hai fatto quello che dovevi. Se ti chiamano parla’”. Zocchi non fu mai chiamato e ora ha un grande rimpianto: “vorrei tanto incontrare la vedova Biagi per spiegarle tutto”.