KINGSMAN  di Matthew Vaughn – Usa 2015, dur.129 – Con Colin Firth, Taron Egerton
E’ la spy story che non t’aspetti. Il mito raffinato di un qualsiasi James Bond che non ha mai saputo scrollarsi di dosso la polvere delle locandine anni sessanta (quelle dove appare con pistola, braccia incrociate e sguardino da furbetto), ritorna prepotentemente al cinema riletto con spirito modaiolo, sagacia sovversiva, e gran divertimento. Il luogo spaziotemporale declinato all’oggi dove la congrega di eleganti agenti segreti Kingsman esercita la propria professionalità per salvare, of course, il mondo, è una dimensione di gioco, rispetto e dissacrazione verso la storia del cinema e la logica brutale che governa l’umanità. Poca filosofia matrixiana (qui i buoni – e i cattivi – possono rocambolescamente morire), molta action, adrenalina, botte da orbi, e magniloquenza catastrofista, per un titolo inusuale che avrà parecchi seguiti. Si scherza assai, sia nel linguaggio sessualmente esplicito, sia nei riferimenti ai grandi miti dell’oggi (la telefonia mobile, le multinazionali, la corrucciata idea di sicurezza internazionale). Sequenza (doppia) da mandare a memoria: Firth, e Egerton, al pub mostrano ad una volgare teppaglia urbana cosa sanno fare i Kingsman. Tratto dal fumetto di Mark Millar e Dave Gibbons.

3/5

VIZIO DI FORMA di P.T. Anderson – Usa 2014, dur.148 – Con Joaquim Phoenix, Benicio del Toro
O P.T. Anderson ha dimenticato la macchina da presa in cantina o Vizio di Forma va davvero visto sotto effetto di stupefacenti (anche pesanti) per essere seguito fino in fondo. Prima, e forse ultima, versione di un libro di Thomas Pynchon al cinema, se proprio non si è adoratori/esegeti del prolisso intrico catatonico letterario post beat dell’acclamato scrittore (unica ancora di salvezza Mason & Dixon), Vizio di forma è un film dallo spaventoso peso specifico: dilatato temporalmente nella percezione dei dettagli dell’insignificante detection; più o meno involontariamente debitore di dejà-vu filmici da Il Grande Lebowski e Il grande inganno; relegato ad una fissità di sguardo percepita più che altro come gabbia visiva per non sfuggire agli obblighi del testo. Anderson sembra come incapace di disincagliarsi dalle secche del (suo) piacere pynchoniano che oscilla tra verosimiglianza, eccentricità minimalista e grandi disegni storico-politici sullo sfondo. Un piacere che prova lui e che fatica a far percepire attraverso la messa in scena se non richiamando un pregiudizio letterario extrafilmico. Mitologica performance di Phoenix nella parte del detective strafatto Doc Sportello alle prese con un intrigo hard-boiled di cui gli frega il giusto se non fosse per la ricerca dell’amata: di lui si ricorderanno bizzarre tonalità e fogge dei vestiti, smorfie del viso e sguardo imbambolato da buffo tossico. Ed è tutto dire.

2/5

LE LEGGI DEL DESIDERIO di Silvio Muccino – Italia 2015, dur.105 – Con Silvio Muccino, Nicole Grimaudo
Un life coach motivazionale scalzo che arringa le folle a suon di slogan interpretato da Silvio Muccino ha la stessa credibilità di un giocatore di basket Nba interpretato da Danny DeVito. Le leggi del desiderio cessa di esistere già dopo questo iniziale ed improbabile overacting dentro all’auditorium in cui si selezionano tre “miracolati” che il coach in poche settimane rivoluzionerà a livello comportamentale. Nessuno crede a ciò che sta facendo sul set, nessuno comprende la direzione verso cui si protende il vibrante e sgangherato script, e tutti pensano che attraverso il proprio cliché artistico (il commediante buono e bastonato – Mattioli; la simpatica vegliarda che la sa sempre più lunga – l’insopportabile Signoris) si arrivi alla fine per mestiere. Se poi l’apparente tono da commedia sarcastica a tema si infila senza un perché nel tunnel di una melensa recita sentimentale con il solito cucciolo d’uomo abbandonato (il Silvio Muccino da Come te nessuno mai in avanti) che si fa chiamare all’altoparlante con il nomignolo da bimbo, ecco il punto di non ritorno. Letale, anche per i parenti con biglietto omaggio.

1/5

Ancora in sala il vincitore dell’Oscar 2015. BIRDMAN di Alejandro Gonzalez Inarritu – Usa 2015, dur. 119 – Con Michael Keaton, Edward Norton
Un unico (fasullo) piano sequenza per quasi due ore. Un andirivieni frenetico tra i cunicoli di un teatro newyorchese ad inseguire quel Keaton/Riggan Thomson stanco interprete di un supereroe da  box office, ora alle prese con la sfida anticommerciale di un testo di Carver portato sulle assi del palcoscenico. Sfilano figlie, amanti, amici e nemici e Riggan lievita, distrugge oggetti, corre nudo a Times Square, cade, muore, resuscita per farsi amare, o forse semplicemente apprezzare dal mondo. Al bando le interpretazioni psicanalitiche (che ci sono), Birdman è prima di tutto la formalizzazione di un’idea totalizzante di cinema che trascende disumanamente il film. Virtuoso spettacolo per gli occhi del cinefilo, ottimo prodotto per cercatori di storielle eloquenti, eccellente dispensatore di certezze drammaturgiche: ovunque lo rivolti il film fa centro. Anche se solo lo si ascoltasse seguendo l’assolo di batteria di Antonio Sanchez che innerva e orienta il senso dell’opera fin prima dei titoli di testa e apparendo diegeticamente in qualche angolo del teatro dentro al film. Capolavoro.

5/5