2044. Il nuovo personaggio di uno degli attori spagnoli più hollywoodiani di sempre è il controverso dipendente di una società che produce robot a livello globale. Antonio Banderas approda alla fantascienza, ma la produzione è di Spagna e Bulgaria, per una volta action ed esplosioni lasciano il campo libero a un racconto preapocalittico di estetica insolita e risvolti non convenzionali

Lo spettro che in Terminator diventava guerra futuristica, qui è incontro di una vecchia razza vicina all’estinzione e di una nuova che vorrebbe nascere dove l’uomo non ha accesso. In un futuro desertificato l’umanità decimata dalla catastrofe ambientale è circondata da automi servizievoli e innocui: ultima grande opera dell’uomo per tentare la riscossa nelle lande contaminate e off-limits. Saranno zone da recuperare o da dimenticare?

I Pilgrim 7000 hanno due protocolli fondamentali. Il primo impedisce ai robot di nuocere a qualsiasi forma di vita, soprattutto all’uomo. Il secondo li costringe a non modificarsi in nessun caso. Anche di guasto: presunta ipoteca su una serena convivenza a vantaggio dei venti milioni di sopravvissuti a inquinamento e radiazioni. Jacq Vaucan ha una moglie prossima al parto ma viene coinvolto in un’investigazione che lo risucchia scardinandone ogni certezza nel lavoro e nel mondo che lo circonda. L’agente assicurativo della ROC riporta gli automi guasti alla casa madre, ma eventi inspiegabili lo portano verso l’ipotesi di un’evoluzione delle macchine.

Lo sviluppo è un crescendo graduale che il regista e sceneggiatore Gabe Ibáñez tesse innescando alla sua personalissima fantascienza elementi tensivi e narrativi solitamente appartenenti ad altri generi: “Automata rappresenta il punto in cui l’intelligenza artificiale raggiunge e interseca quella umana: il momento in cui nascono i robot, sviluppando un’intelligenza che supera la stessa umanità. Questo approccio narrativo è tipico dei film noir. È come piantare un seme nella vita del protagonista. E lentamente coltivarlo attraverso l’interazione con ogni nuovo personaggio che entra in scena”.

Ritmo, fascino di un mondo realisticamente impolverato, evoluto ma denso di stridenti contrasti fra tecnologia e natura morta, ricchezza della metropoli e deserto aprono scenari completamente diversi dagli sci-fi americani. Niente frenesie da combattimento, effetti estenuanti e eroicità estremizzate. Banderas non è il poliziotto solitario e truce, ma un assicuratore con moglie incinta che si preoccupa del futuro di suo figlio. Lo sbirro accoppatore c’è, ma ha il volto di Dylan McDermott e corre da gregario. La progettista dei robot è invece una chirurgicamente ringiovanita Melanie Griffith tornata al cinema al fianco dell’ex-marito, dopo tanto, per un cameo fanta-filosofico.

A parte l’iniziale sorriso che strappa al confronto col pasticcere del Mulino Bianco degli spot omonimi Banderas fa bene il suo, mantenendo una linea sospesa tra sconcerto ed empatia per la nuova razza robotica dalla coscienza in evoluzione, e tra difesa della propria famiglia e tensioni “lavorative”. Ibáñez ha il pregio di non aver disposto la solita dicotomia umani/buoni vs. macchine/cattive. Esplora invece le possibilità distribuendo su una zona liminale personaggi umani e non. Un’interessante precarietà emotiva che trapela fin dalla costruzione artigianale delle scene: dalle location fino alla realizzazione meccanica dei Pilgrim.

Girato in Bulgaria su set dalla luce naturale (ex-miniere nei pressi di Sofia) di americani c’erano solo alcune maestranze. Il resto sono spagnoli della produzione madrilena Green Moon dello stesso Banderas e i bulgari della Nu Boyana Viburno, con distribuzione di Eagle Pictures. Insomma, una buona rappresentativa di fantascienza made in Europe.