Capita che l’Italia abbia livelli di tutela superiori a quelli dell’Unione Europea in un ambito nevralgico della salute pubblica. Il governo di eccellenza di questo paese, quindi, pensa bene di correre subito ai ripari: dichiarando di volerli abbassare. L’ambito in questione è quello, sensibilissimo, dei limiti di esposizione ai campi elettromagnetici (cem), di recente tornato agli onori della cronaca grazie a una sentenza del Tar Sicilia nella nota vicenda del “Muos”.

Nel quadro del “Piano banda larga”, il governo si accinge ad adottare una geniale misura di tutela della salute dei suoi cittadini: Uniformare i limiti nazionali a quelli europei in materia di elettro-magnetismo” con conseguente, dichiarato, “innalzamento dei limiti elettromagnetici.

Pur non essendo specificato, ma quell’innalzamento potrebbe esser fino a dieci volte i limiti attuali. L’Italia non ha alcun obbligo di “uniformarsi”. Questo campo non è tra quelli in cui l’Ue abbia competenza esclusiva e neanche competenza concorrente con gli Stati membri.

In materia di tutela della salute umana, infatti, l’Unione ha solo “competenza per svolgere azioni intese a sostenere, coordinare o completare l’azione degli Stati membri” (art. 6 Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea); e, quindi, in ambito di sanità pubblica “l’azione dell’Unione [….] completa le politiche nazionali” (art. 168).

C’è di più: in questa materia, quelle fissate dalla normativa europea sono “prescrizioni minime” di difesa della salute, derogabili in meglio, ma non in peggio, dagli Stati membri. L’ultima direttiva in materia di sicurezza sul lavoro rispetto ai cem è, in questo senso, emblematica.

Gli standard adottati dall’Ue sono quelli elaborati, negli anni ’90, in ambienti dell’Organizzazione mondiale della sanità. All’epoca, il presupposto era che le onde elettromagnetiche potessero provocare alla salute umana effetti meramente termici: un surriscaldamento dei tessuti e niente più. Peraltro, sulla limpidezza e affidabilità del “Progetto onde elettromagnetiche” dell’Oms, e in particolare del suo responsabile Michael Repacholi, che, all’alba dell’ “era cellulare”, studiò i rischi di questo tipo di emissioni, produsse un illuminante reportage Sabrina Giannini, per Report.

In ogni caso, da allora, le acquisizioni scientifiche sull’impatto sulle persone di questo tipo di tecnologia si sono ulteriormente arricchite e affinate. Tanto che, nel maggio 2011, un altro ente appartenente alla stessa Oms, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), ha classificato le radiofrequenze come “possibile cancerogeno per l’uomo”, in classe 2B. Ma, negli ultimi tempi, la progressione delle ricerche è stata tale che, secondo alcuni recentissimi studi, si può ormai parlare di cancerogeno certo e può affermarsi che gli effetti dell’esposizione a radiofrequenza sono cumulativi.

In un contesto del genere, se si volesse davvero, come si dovrebbe, prendere sul serio una regola, questa sì, costitutiva, e per questo realmente cogente, dell’ordinamento dell’Ue e ormai anche di quello italiano, non si potrebbe che far riferimento all’ormai noto principio di precauzione; per non dire ormai, stante la natura sempre meno ipotetica di questo fattore di rischio, a quello di prevenzione. Con la logica conseguenza che, sul punto, gli obiettivi di politica della salute di uno Stato sociale di diritto non potrebbero che essere quelli che, per esempio, raccomanda il rapporto Bioninitiative 2012: portare i limiti di esposizione dagli attuali 6 V/m a 0,6 V/m.

Il governo vuol portarli a 60 V/m: “per la banda larga”. In pratica, vuol creare ulteriore “inquinamento elettromagnetico” (come lo definisce espressamente il Ministero dell’ambiente sul suo sito): una fonte di rischio, sempre più probabile, per la salute pubblica.

Non sembra un’idea proprio coerente con una legge in fase di approvazione in Parlamento, quella sui delitti contro l’ambiente, che introdurrà un reato titolato “inquinamento ambientale”. E non pare proprio nemmeno un omaggio alla Carta di questo paese che, all’art. 32, sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Il senso di tutto questo, forse, sta nelle parole di Devra Devis, epidemiologa statunitense: “Nel 1936 gli scienziati dicevano che il fumo uccide, eppure solo negli anni ’90 è stato bandito. Ora la storia si ripete con i telefoni cellulari.