A volte capita che i potenti precipitino, cadano rovinosamente dal loro trono, perdano repentinamente il potere col quale hanno soggiogato e soffocato tanta gente per fare i loro interessi. Alcuni lo fanno in modo epico, un po’ come raccontano le saghe norene sul Ragnarøkkr, che noi chiamiamo il Crepuscolo degli Dei; altri finiscono in modo misero, fuggendo; altri ancora assistono al tracollo immobili, increduli rispetto a quanto avviene. Accanto a loro, avvolti dalla stessa incredulità, i loro servi, i cortigiani adusi all’ossequio e a compiacere il potente, si ritrovano sperduti, privi di un padrone.

In Sicilia queste cadute di solito si manifestano in tutte e tre le declinazioni. Rino Nicolosi, ad esempio visse un finale tragico della sua esistenza politica e umana, così come lo stesso Totò Cuffaro, altri hanno invece avuto una caduta miserabile, fatta di fughe inseguimenti, penso a Michele Sindona.

In queste settimane abbiamo assistito al terzo tipo di caduta, quella caratterizzata dall’incredulità. Ne è protagonista un “Piccolo Cesare” in salsa al ficodindia. Quel Mario Ciancio Sanfilippo, che in Sicilia aveva ereditato il potere dei Cavalieri catanesi, sommandovi il ricatto che poteva esercitare grazie al totale possesso dei mezzi di informazione nell’Isola e alla capacità di influenzare pesantemente anche i grandi media nazionali. Un potere che pareva, come quello dei Cavalieri dell’Apocalisse, inattaccabile.

La sua caduta comincia il 10 novembre del 2010 quando il Fatto Quotidiano dà la notizia, unico giornale capace di trovare la libertà per compiere tale atto normale, che il suo nome è iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel suo feudo, ma neppure sui media nazionali, nessuno ha il coraggio di aprire bocca: vassalli, valvassori e valvassini, ma anche i duri e puri dell’antimafia militante, si girano dalla parte opposta. Eppure è accaduto un fatto epocale. Dei magistrati e degli ufficiali del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza hanno avuto il coraggio di aprire un’indagine su di lui. Hanno osato intercettare i suoi telefoni, mettere le microspie nel suo studio, in quella stanza dove passano tutti i politici locali e nazionali, nel doveroso atto di ossequio che viene imposto al padrone della città e della regione. Ci sono passati tutti da quello studio. Giusto per fare qualche esempio ci sono passati il ministro Alfano, l’ex Pm Antonio Ingroia, Anna Finocchiaro o l’allora ministro Bianchi, l’antimafioso Crocetta, per non parlare degli ottimi rapporti che legano il leader confindustriale Lo Bello, che con Ciancio ha sempre avuto un buon rapporto, che con Ciancio va amabilmente a cena portandosi dietro la scorta pagata dallo Stato e non ha mai detto una parola sul fatto che Ciancio sieda ancora, nonostante i guai giudiziari in Confindustria.

Ma soprattutto quei magistrati irriverenti hanno messo il naso nei suoi affari, nelle sue relazioni pericolose con gli uomini di Cosa nostra. Hanno riempito un intero armadio con testimonianze, rapporti investigativi, registri di società, accordi, affari, atti amministrativi, persino la linea del suo giornale. E poi i soldi, il suo tesoretto di 52 milioni di euro trovati in Svizzera, soldi oscuri della cui provenienza si sa poco. Hanno ricostruito la sua storia e soprattutto hanno messo insieme i pezzi componendo un puzzle devastante. Eppure tutto questo non era bastato. I vertici della Procura etnea avevano deciso di archiviare, in netto disaccordo con i sostituti che avevano condotto l’indagine. Ciancio sembrava salvo. Ancora una volta sembrava avesse vinto. Il suo potere ne usciva più forte di prima. Fu allora che accadde l’impensabile. Il Gip respinse al mittente la pratica, così come aveva fatto per l’ex Governatore Lombardo. Impose altre indagini, durate un tempo infinito. Ciancio era certo che l’avrebbe spuntata. Nei mesi scorsi aveva affidato pubblicamente il suo destino, i suoi beni, la sua famiglia al Procuratore Salvi. Un gesto che voleva essere un messaggio chiaro alla città. Come dire: so per certo che anche questa volta nessuno oserà toccarmi. Un atto di spocchia quasi a voler millantare un canale privilegiato che gli garantiva benevole rassicurazioni. Un atto di arroganza e di millantato credito che pagherà duramente. Ci aveva creduto e sperato fino al 19 gennaio, quando la partita si è chiusa con la notifica del decreto di conclusione delle indagini che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio. Una notizia rimasta segreta sino a pochi giorni fa quando Live Sicilia ha pubblicato la notizia. Nella nota che ha diffuso, Ciancio parla di stupore. Stupore appunto per la sua caduta, per un impero che si frantuma. Incredulità per i potenti e gli affaristi di mezza Italia, che prima facevano la fila per fare affari con lui e che oggi si defilano imbarazzati, per le banche che diventano all’improvviso più attente, più esigenti verso le sue aziende, per i politici che non osano dire una parola in sua difesa. Incredulità per l’Ordine dei Giornalisti che, inaspettatamente e violando platealmente l’antico ossequio verso il più potente dei suoi iscritti, conferisce uno speciale riconoscimento nel Premio Mario Francese ai giornalisti di Telecolor, cacciati da Ciancio perché colpevoli di pensare e scrivere troppo.

Non ci crede ancora che sia tutto vero. E con lui ancora non ci crede buona parte della città. Non ci credono coloro adusi a servire non solo per interesse, ma per antica vocazione al servaggio che oggi si volgono sbigottiti. Cercano una via di salvezza, qualcuno che dica loro che quello che sta accadendo non è vero. Che tutto tornerà come prima. Cercano ancora un anello da baciare, ma la mano che lo indossa è fredda e rigida e loro sono soli.