“Anzi, ne approfitto per lanciare un appello: colleghi cantautori, sappiate che esisto anche io!” Stop. Riavvolgiamo il nastro. Si riparte.
Sabato 7 febbraio 2015. Sono in fila insieme a un’altra marea di persone per entrare al Linear Ciak di Milano. Sono le 19 di sera. Raramente, da che faccio il giornalista, mi capita di arrivare così presto a un concerto. Il fatto è che il concerto in questione comincia presto, alle 20, e che comincia presto perché buona parte della marea di persone che è lì in fila con me è composta da ragazzine e bambini. Con loro, come è normale che sia, anche i genitori, per lo più con la faccia disperata di chi avrebbe voluto essere altrove, qualche uomo con gli occhi incollati allo smartphone, per seguire scomodamente la partita.

Tre ore dopo esco dal Linear Ciak. Sono le 22. Ho ancora la serata davanti (ignoro che mia moglie mi sottoporrà alla tortura di vedere C’è posta per te, arrivato a casa). Sono le 22, e io sono molto sorpreso. In positivo. Il concerto cui ho assistito non è affatto stato uno spettacolino pensato e realizzato per bambini e ragazzine. No. È stato un concerto vero e proprio, ben suonato e ben cantato (è vero, anche ben ballato, ma ci 0000jklkjhlhjlsta, questa è ancora una fase di passaggio). Le canzoni, certamente rivolte a un pubblico di giovanissimi, non sono affatto male. Anzi, proprio considerando il pubblico cui si rivolgono, sono assai apprezzabili. Non voglio dire che, come certi cartoon della Pixar, abbiano più piani di letture, ma sicuramente si fanno ascoltare con piacere e, lo dico da padre di una delle ragazzine presenti al Linear Ciak, trasmettono messaggi più idonei a quel pubblico di tanti rapper o presunti tali che al momento occupano le playlist di quella generazione.

Di qui nasce la voglia, se non la necessità, di incontrare Lodovica Comello, la titolare del cartellone del concerto del 7 febbraio. Per chi non la conoscesse, è anche la titolare di un paio di album, l’ultimo dei quali, Mariposa, uscito per il MAS di Milano. Lo so, gioco scorretto. In realtà molti di voi l’avranno anche vista, specie se ci sono adolescenti o preadolescenti in casa, perché Lodovica è Francesca, l’amica del cuore di Violetta nell’omonima serie Tv di casa Disney, una sorta di maledizione che pende sulle nostre case, come scopriremo a breve, ancora per poco. La nostra chiacchierata parte dai suoi esordi, come fossimo dentro una pagina di Wikipedia. E subito Lodovica, Lodo per i suoi tanti fan, solo su Twitter quasi un milione di followers, mi dice che sin da piccina si è vista come una musicista e una cantante. Ha studiato chitarra classica e canto nel suo Friuli, crescendo col mito di Elisa, di lei conterranea. Ha poi finto di interessarsi all’università, finito il liceo, per poi approdare al MAS di Milano, scuola che forgia talenti nel campo dello spettacolo sotto la direzione artistica di Enrico Ruggeri e del suo sodale Fabrizio Palermo. Lì si è vista passare davanti un treno, e ha deciso di coglierlo anche se non andava esattamente nella direzione che voleva intraprendere. Il treno è quello di Violetta, questa sorta di esperimento tentato dalla Disney Europa in collaborazione con la Disney Sud America. Un esperimento che ha avuto un tale successo da rischiare di lasciare vittime sul terreno, perché se di colpo diventi famosissima nei panni di Francesca è difficile tornare a vestire i tuoi, quelli di Lodovica Comello, cantautrice.

Perché oltre che col mito di Elisa, ci dice la giovane cantante, oggi ventiquattrenne, altri due sono i punti di riferimento costanti, due fari che magari potrebbero anche spiazzare il suo attuale pubblico, ma cui spera di traghettare i suoi giovani fan, passo dopo passo: Fabrizio De Andrè e Joni Mitchell. Ora, uno potrebbe anche pensare che questa sia una posa. Sei l’idolo dei bambini di tutta Italia e citi Joni Mitchell. Poi però canti ben altro. Bene. Siccome l’avventura Disney credo abbia forgiato bene la Comello, l’impressione è che quel che ci sta raccontando risponda al vero. Perché Joni Mitchell non è esattamente un nome da fare per ingraziarsi il proprio pubblico di riferimento, né per convincere chi non la conosce a seguirla. Troppo sofisticata, come scelta, troppo ricercata. Lodovica mi dice che Mariposa, il suo secondo lavoro, è stato assai più ragionato, proprio perché voleva essere un primo passo per allontanarsi da Violetta e per cominciare a lavorare seriamente alla sua carriera solista, come se quanto fatto non fosse già sufficiente come curriculum. Le canzoni, in effetti, suonano bene. Non le avesse scritte lei, ma un giovane cantautore qualsiasi, anche per alcuni potenziali hit contenuti in tracklist, a partire dal singolo Todo el resto no cuenta, si sarebbe gridato al miracolo. Invece, questa è l’impressione, ancora si guarda a lei come un fenomeno televisivo. Più avanti, ci dice, anche i balletti presenti negli show, probabilmente, lasceranno spazio solo alla musica, già molto presente, fino a farla rimanere nuda di fronte al proprio pubblico, sola con le proprie canzoni.

Per ora si gode un tour mondiale che i suoi colleghi cantautori si sognano di notte, e anche la messa in onda dell’ultima stagione di Violetta, nella quale gli autori, che evidentemente le vogliono bene, hanno pensato di accompagnarla verso questa scelta solistica raccontando di un ritorno in Italia anche del suo alter-ego Francesca. Noi non possiamo che farle in migliori in bocca al lupo, e congratularci con le per la caparbietà con cui sta inseguendo un sogno. Evidentemente ci sono altre strade ai talent e a Sanremo, a prestare attenzione ai treni che ci passano di fronte.