Il sindaco di Roma propone la creazione di un’area dove la prostituzione sarebbe tollerata. Ma lo zoning ha effetti positivi e negativi. In ogni caso, in Italia prostituirsi non è un reato e interventi di questo tipo sono difficili da attuare. Multe per i clienti e compensazioni per i residenti.

di Giovanni Immordino* (lavoce.info)

Una zona a luci rosse per Roma?

La recente proposta del sindaco di Roma, Ignazio Marino, di creare un quartiere a luci rosse nella capitale ha riacceso il dibattito sulla prostituzione in Italia. Il sindaco, pur riconoscendo che la materia pertiene al legislatore nazionale, vorrebbe creare un’area in cui consentire la prostituzione, così come avviene in molte città europee.
Si tratta di una politica di zoning, cioè di posizionamento geografico forzato di una attività economica in un luogo specifico. La realizzazione dovrebbe avvenire prevedendo sanzioni per tutti i clienti sorpresi a intrattenersi con prostitute al di fuori della zona consentita.
L’obiettivo di questa politica, almeno nelle intenzioni del sindaco, è la lotta al degrado urbano e la facilitazione del lavoro di tutti i soggetti, incluso il comune di Roma, che sono quotidianamente impegnati nel sostegno morale e materiale di chi si prostituisce.
La proposta non è nuova. Molti altri sindaci, prima di Marino, hanno provato, in forme diverse, a regolamentare la prostituzione a livello locale. Ricordiamo, in ordine sparso, Gabriele Albertini a Milano nel 1998, Massimo Cacciari a Venezia nel 2009 e Luigi De Magistris a Napoli nel 2014. Tutti hanno provato, scatenando immediatamente polemiche e accesi dibattiti, e scontrandosi con moltissime difficoltà tecnico-legali.
Prima di procedere oltre, è bene chiarire che, in Italia, la prostituzione, ovvero l’offerta di prestazioni sessuali in cambio di denaro, non è un reato. La legge di riferimento, la cosiddetta “legge Merlin” del 1958, è molto chiara a riguardo, così come lo è nello stabilire tutte le fattispecie che invece costituiscono reato: lo sfruttamento, la pubblicità, l’adescamento, la concessione in affitto di appartamenti alle prostitute e la gestione di case d’appuntamento.

I lati negativi dello zoning

La proposta di zoning di per sé non è del tutto convincente. Spostare le prostitute da un quartiere a un altro non contribuisce di certo a migliorare la loro condizione di vita, non riduce la probabilità di essere vittima di violenze e sopraffazioni, se non marginalmente (solo nella misura in cui sono più visibili per i soggetti che le aiutano), e sicuramente non disincentiva i clienti.
Al contrario, ci potrebbe essere un aumento dei clienti: ad esempio perché è più facile e meno costoso trovare prostitute sul territorio; oppure perché l’accresciuta tolleranza della prostituzione può spingere verso questo mercato anche alcuni soggetti che, con il fenomeno meno tollerato, non avevano intenzione di parteciparvi.
Come dimostrato da alcuni studi recenti, infatti, la domanda di prostituzione cresce con leggi più tolleranti e diminuisce con lo stigma associato, e una legge che introduce una maggior tolleranza può ridurre lo stigma.
In un nostro recente lavoro (“Regulating prostitution: an health risk approach”) mostriamo che si tende a giustificare di più la prostituzione nei paesi dove è legale o regolamentata rispetto ai paesi in cui è illegale. In altre parole, l’evidenza empirica suggerisce che la legge che legalizza o regolamenta la prostituzione influenza le opinioni degli individui diminuendo lo stigma sia per i clienti che per le prostitute.
Quindi, quando ci spostiamo dal proibizionismo alla regolamentazione abbiamo due effetti: l’effetto positivo è la riduzione dello stigma per clienti e prostitute; l’effetto negativo – diretta conseguenza del primo – è un aumento nella quantità di prostituzione.
Un secondo aspetto problematico della politica di zoning è la redistribuzione dei costi sociali della prostituzione, dai quartieri che oggi soffrono di più a quelli più vicini alle zone rosse designate. Ovviamente, la giunta romana è stata molto cauta nell’identificare e proporre una zona precisa, limitandosi a indicazioni vaghe, preoccupata delle reazioni dei residenti. Come biasimarli: non tanto per il loro sonno, che diventerà più difficile, ma anche e soprattutto per la perdita di valore delle loro case.
Una soluzione possibile per evitare una vera e propria rivolta è un meccanismo di compensazione, come per esempio l’esenzione parziale o totale dall’Imu o dalla Tasi. Tuttavia, la quantificazione esatta del danno per i residenti, e quindi del risarcimento equo al quale hanno diritto, è molto difficile. L’esistenza del danno è ad esempio riconosciuta dalla legge tedesca, dove i locatari di appartamenti possono chiedere di pagare un affitto ridotto se nell’immobile lavorano delle prostitute.

Necessaria una legge

Il problema più importante della politica di zoning, però, è la sua legittimità. Come ha ricordato il questore di Roma, Nicolò D’Angelo, in un’intervista rilasciata a Repubblica, la politica di zoning potrebbe configurare un reato di favoreggiamento per l’autorità pubblica, o meglio, potrebbe realizzare una “legalizzazione di un reato”.
Senza una modifica della legge Merlin, quindi, sembra molto difficile che il sindaco possa procedere.
Anche le multe previste per i clienti (che non rispettano le zone) ci sembrano problematiche, benché potenzialmente efficaci. L’idea è di ridurre la dimensione del mercato disincentivando la domanda, colpendo chi più ha da perdere, cioè i clienti. In un altro nostro studio, confrontando diverse politiche pubbliche, mostriamo che il proibizionismo “scandinavo”, che punisce solo i clienti, è più efficace nel diminuire la quantità di prostituzione rispetto ad altre forme di proibizionismo (anche se è meno efficace della regolamentazione nel diminuire alcune esternalità negative, come stigma o rischi sanitari).
Un aspetto positivo della proposta Marino è l’intenzione di destinare interamente o in parte il gettito derivante dalle multe per finanziare programmi di assistenza che propongano percorsi di uscita dalla prostituzione. A questo proposito, l’esempio da seguire è la legge Turco-Napolitano, che prevede un percorso assistito di reinserimento sociale e che ha dato risultati positivi in termini di lotta alla tratta di esseri umani (la legge, però, è destinata oggi solo agli stranieri, e ha bisogno quindi di essere estesa a tutti). Il problema fondamentale, ancora una volta, è la legittimità delle multe ai clienti dato che la prostituzione in Italia non è illegale.
Alcuni sindaci hanno provato ad aggirare il problema multando i clienti per intralcio alla circolazione stradale. Ma non ci sembra possibile procedere per espedienti per affrontare un tema così importante.
La questione deve quindi essere affrontata necessariamente dal parlamento. Tuttavia non abbiamo motivo di essere ottimisti, dato che tutti i tentativi di riforma della legge Merlin, condivisibili o meno, si sono arenati. Ricordiamo, tra le altre, la proposta Fini-Bossi-Prestigiacomo del 2002 di divieto della prostituzione in luogo pubblico, a nostro avviso giustamente accantonato perché avrebbe di fatto peggiorato la situazione delle prostitute, aumentando la probabilità di essere segregate e schiavizzate e rendendo più difficoltoso il lavoro delle associazioni che le sostengono. La proposta Carfagna-Maroni del 2008, sulla stessa linea, ma più decisa nelle sanzioni, prevedeva anche il carcere per le prostitute e avrebbe avuto l’effetto paradossale di punire le vittime del crimine. Ultima in ordine di tempo è la proposta del partito democratico, che dovrebbe essere discussa a breve in commissione al Senato e che prevede il riconoscimento della professione di prostituta e l’obbligo di ricevuta per le prestazioni.
Non possiamo che augurarci che, dopo tanti fallimenti, si proceda invece in maniera pragmatica, senza condizionamenti ideologici e avendo come unico obiettivo il benessere delle persone costrette a prostituirsi. A suo tempo, la legge Merlin si era mossa esattamente in questa direzione e era stata molto coraggiosa. Speriamo che il parlamento dimostri oggi altrettanto coraggio.

*Giovanni Immordino è professore di Economia Politica presso l’Università di Napoli Federico II e associate editor per la International Review of Law and Economics. Ha conseguito il Ph.D. in Economia presso l’università di Tolosa. Ha trascorso periodi di ricerca presso la London School of Economics. Nella sua ricerca si occupa principalmente di temi microeconomici, di economia pubblica, di analisi economica del diritto e di economia comportamentale.