Se i dischi si giudicassero dall’artwork, nel caso di Giovanni Truppi ci troveremmo di fronte ad un emulo di Bosch che dipinge canzoni mescolando iper-realismo e trascendenza, allegoria e ironia. Il cantautore napoletano, già apprezzato per “Il mondo è come te lo metti in testa” del 2013, ha dato ulteriore prova di forte personalità con il suo terzo album eponimo, uscito per la Woodworm. Truppi si riconosce al primo accordo: il suo cantautorato sghembo, che alterna soluzioni avant-pop ad alt-rock, è un contenitore che accoglie melodie ciondolanti, spoken words, picchi letterari e stonature controllate. Il risultato, un po’ free jazz per la sua attitudine variabile ed istrionica, permette di catalogare “Giovanni Truppi” tra quei dischi che non lasciano indifferenti.

Probabilmente il titolo dell’album può trarre l’ascoltare in inganno, lasciando quasi dedurre un maggior contenuto autobiografico. Tuttavia – come ci suggerisce Giovanni – “il nome del disco è nato in maniera abbastanza istintiva, non è frutto di un ragionamento. Se devo pensare a un motivo per cui sono contento di avergli dato il mio nome non è tanto perché racconta di me dal punto di vista biografico quanto perché mi rappresenta come autore di canzoni”. Se la storia di Truppi è una leggera filigrana nella fiction dei testi, è anche vero che la produzione e gli arrangiamenti sono diventati più personali.

Le strutture scarne del secondo disco hanno lasciato il posto a soluzioni più elaborate, sovraincisioni e, addirittura, la modifica di un pianoforte. “C’ero io a casa a lavorare sulle canzoni – ci racconta Giovanni -, sapevo che sarebbero state registrate prima di essere suonate dal vivo e avevo l’esigenza di sperimentarmi senza una band alle spalle. Non metterei a cuor leggero le mie canzoni nelle mani di una band, ragion per cui ho provato a ragionare da band ed esserlo io stesso senza averla. Ho lavorato fin dal principio sul suono delle canzoni registrando tutti gli strumenti, ed una volta soddisfatto dei provini mandavo tutto a Marco Buccelli che, di volta in volta, aggiungeva o meno elementi di arrangiamento. La complessità di questo disco viene da questo”.

In episodi come “Tutto l’universo” e “Conversazione con Marco sui destini dell’umanità̀” l’artista rivela una discreta vicinanza al teatro-canzone, così come nella dimensione live è nota la sua vocazione al palcoscenico. Su questo aspetto non l’hanno influenzano tanto le sue sporadiche incursioni teatrali, quanto piuttosto “un certo tipo di indole e l’aver fatto tanti concerti in solo”. Ci dice infatti: “Ho sempre avuto la percezione che, quando si è da soli sul palco, la separazione tra ascoltatore e performer sia molto meno netta, e questo può essere un handicap o un corroborante nella comunicazione tra loro. Credo che la teatralità che emerge dalla mia scrittura e dal mio modo di stare in scena abbia a che fare col mio rapporto con tutto questo”.

In “Pastorale americana” Roth scriveva: “Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita”. Gli abbiamo chiesto, allora, se nel singolo “Stai andando bene Giovanni” ci sia una tensione ad andare avanti, dimenticando anche di aver torto o ragione anche su se stessi. “Sicuramente accettare sia me che gli altri è una questione che mi ha molto coinvolto negli ultimi tempi – ci ha confessato – e sono convinto che sia un obiettivo a cui tendere. È vero pure, però, che a volte fare un po’ ‘a botte’ con se stessi e gli altri è un’occasione per conoscere e migliorarsi e non vorrei nemmeno diventare un pacioso figlio di fiori a cui stanno bene tutto e tutti”.