Di recente ha trovato ampio spazio sulla stampa italiana e sui media in generale un articolo di due ricercatori pubblicato su una prestigiosa rivista (Science) nel quale si sosteneva che il cancro è dovuto essenzialmente alla sfortuna (“bad luck”). Verrebbe spontaneo rispondere che certamente nascere in prossimità di siti inquinati, essere esposti a pesticidi, emissioni di inceneritori, centrali a carbone, acciaierie o altre amenità è certamente “una sfortuna”, ma non era questo che intendevano gli Autori né tantomeno i media che con grande risalto hanno ripreso la notizia.

Infatti il messaggio arrivato al grande pubblico è che la principale causa del cancro è la casualità, ovvero “la sfortuna” e che pertanto politiche di prevenzione primaria, riduzione dell’inquinamento o idonee scelte di vita, non siano poi più di tanto importanti.

Inquinamento

Ma cerchiamo di capire cosa esattamente è emerso dallo studio: i due ricercatori, utilizzando anche modelli matematici, hanno dimostrato che c’è una forte correlazione tra la frequenza dei tumori e il tasso di proliferazione delle cellule staminali dei tessuti in cui i tumori stessi insorgono.

Questo non stupisce affatto perché è logico ipotizzare che quanto più spesso le cellule staminali di un organo sono in fase replicativa, tanto più è facile che insorga un cancro dal momento che una frequente proliferazione facilita errori di replicazione del Dna e l’insorgenza di mutazioni.

Ma da qui ad affermare, come fanno gli Autori, che le influenze stocastiche (casuali) costituiscono il contributo più grande all’insorgenza del cancro e che il 65% dei tumori è dovuto alla proliferazione delle cellule staminali e dunque al “caso” ce ne corre!

Questo articolo ha già suscitato una dura replica da parte della Iarc che il 13 gennaio 2015 ha scritto: “L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), Agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità specializzata per le Ricerche sul Cancro è in forte disaccordo con la conclusione della relazione scientifica pubblicata sulla rivista Science il 2 Gennaio 2015 dal Dr Cristian Tomasetti e dal Dr Bert Vogelstein sulle cause del cancro nell’uomo. Lo studio, che ha ricevuto una copertura mediatica capillare, ha confrontato, in una vasta gamma di tessuti, il numero di divisioni delle cellule staminali in relazione alla loro durata di vita con il rischio di cancro sempre rispetto alla durata di vita del tessuto ed ha sostenuto che mutazioni casuali (o “la sfortuna”) siano le maggiori cause che contribuiscono alla formazione di tutti i tumori, anche più importanti dei fattori ereditari o di quelli ambientali esterni… Gli esperti della Iarc dimostrano che in queste conclusioni vi sono gravi contraddizioni rispetto a numerosissime evidenze epidemiologiche (che hanno portato a conclusioni opposte nota del traduttore) e che sussistono anche numerose limitazioni metodologiche e pregiudizi nell’analisi riportata nella pubblicazione. Concludere che ‘la sfortuna’ è la principale causa del cancro sarebbe fuorviante e potrebbe sminuire gli sforzi per identificare e prevenire efficacemente le cause della malattia”.

Da oltre un decennio l’epigenetica ci ha insegnato che, viceversa, sono proprio le influenze ambientali, specie nelle fasi più precoci della vita, a modulare l’espressione genica e a condizionare il nostro stato di salute non solo per quanto riguarda il cancro ma per quasi tutte le malattie di cui soffriamo. L’origine del cancro non risiede quindi solo in mutazioni casualmente insorte nel Dna delle cellule tanto più queste sono proliferanti, ma anche in centinaia di migliaia di modificazioni epigenetiche indotte dalla miriade di agenti fisici e sostanze chimiche tossiche e pericolose con cui veniamo in contatto ancor prima di nascere. Una ampia revisione del 2011 ha dimostrato che l’esposizione a pesticidi durante la gravidanza aumenta più del doppio il rischio di leucemia nell’infanzia: possiamo dire che  si tratta di “caso” o “cattiva sorte”?

E’ parimenti solo “sfortuna” il fatto che nell’ampia coorte degli agricoltori americani esposti a pesticidi (ricordiamo che nella lista redatta da Epa e pubblicata nel 2010 oltre 70 pesticidi sono considerati probabili o possibili cancerogeni) vi sia un incremento di rischio statisticamente significativo per “tutti i tumori nel loro complesso, cancro al polmone, pancreas, colon-retto, vescica, prostata, cervello, melanoma, leucemie, tutti i tipi di linfoma e mieloma multiplo” e che addirittura il rischio superi il 400% per il mieloma multiplo in seguito ad esposizione a piretroidi?

O possiamo dire che è “sfortuna” il fatto che la mortalità nel primo di vita sia del 4-5% più elevata nelle aree inquinate rispetto al resto del nostro paese, come dimostra lo studio Sentieri Kids dell’Istituto Superiore di Sanità?

Certamente le differenze fra i vari tessuti nell’insorgenza del cancro – a parità di influenze ambientali e genetiche – sono spiegabili dai tassi di proliferazione delle cellule staminali, ma dove è allora la “cattiva sorte”?

Sapere di essere stati esposti già in utero a campi elettromagnetici, solventi, coloranti e quant’altro o respirare fin da neonati l’aria della Pianura Padana non è certo di buon auspicio, come non è di buon auspicio sapere che col recente decreto “Sblocca Italia” la situazione non potrà che peggiorare visto che, ad es., gli inceneritori bruceranno al massimo della loro potenzialità (a Forlì dalle attuali 120.000 ton a 180.000) e che si è spalancata la strada alle trivellazioni per la ricerca del petrolio nei suoli e nel mare. L’inquinamento che a tutto ciò conseguirà  ci fa dire – amaramente-  che la “sfortuna” avrà di che sbizzarrirsi: quante mutazioni e quante alterazioni epigenetiche “casualmente” capiteranno nelle cellule proliferanti dei nostri tessuti in conseguenza del maggior inquinamento provocato?

Purtroppo il contenuto dell’articolo di Science, l’enfasi con cui è stato accolto dai media, l’assenza del sia pur minimo senso critico che ha accompagnato la sua diffusione, rischia di azzerare il ruolo delle strategie preventive: se davvero si trattasse  solo di “sfortuna” perché impegnarci per ridurre l’inquinamento, evitare il fumo o cercare di promuovere una agricoltura senza veleni?

Viene il dubbio che le conclusioni dell’articolo – e l’ampia risonanza mediatica  che ne è seguita – siano artatamente funzionali a chi non vuole cambiare lo status quo: ma non sarebbe nell’interesse di tutti ridurre le contaminazioni ambientali e lasciare alla “cattiva sorte” meno occasioni di agire?