L’arrivo di Sergio Mattarella al Quirinale ha riaperto, soprattutto sui giornali, utili varchi di memoria su  storie mafiose e antimafiose antiche. E semisconosciute ai più ragazzi. Roba di 30 o 40 anni fa nella Sicilia della terribile stagione delle prime stragi che allora definivamo “eccellenti”. Vicende spesso ancora senza una verità giudiziaria compiuta e storicamente corretta. Tra le altre proprio quella dell’assassinio dell’allora presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, 6 gennaio 1980. Molti giornali hanno ripercorso le tortuose vicende processuali di quell’omicidio che senza una verità continua a pesare sul presente. Antonio Padellaro, su questo giornale, ne ha scritto uno, bello e nitido, sull’avvocato Guarrasi nei giorni del delitto del presidente della Regione. Perché questa non è una storia solo siciliana.

Sull’omicidio Mattarella, il giornalista Fabio De Pasquale ha scritto cose interessanti e, insieme a Eleonora Iannelli, un libro (Così non si può vivere – Rocco Chinnici: storia mai raccontata del giudice che sfidò gli intoccabili, 2013, Castelvecchi) a partire dalla vicenda del consigliere istruttore e inventore del pool palermitano antimafia, Rocco Chinnici, ucciso anch’egli il 29 luglio 1983, non dopo aver indagato su tutti i delitti eccellenti, caso Mattarella compreso.

Ecco, Di Pasquale ha pubblicato su Facebook, alcuni stralci del diario autografo di Chinnici, riguardanti proprio il delitto Mattarella. Siccome penso che la storia di quella stagione siciliana è fatta di tante verità concatenate non da dietrologie ma da fatti e parla al presente italiano, ecco quel che i diari di Chinnici ci raccontano grazie al libro di Di Pasquale. Scrive Chinnici nei suoi diari:

“Appunto relativo al 27 gennaio 1981. Ore 11:30 – Viene a trovarmi il dottore I. della Questura. Mi confida in tutta riservatezza a proposito dell’omicidio Mattarella a) che il presidente ucciso ritornando da Roma dopo un colloquio con il ministro Rognoni disse alla segretaria dottoressa Trizzino: «Se si sapesse quello che ho detto a Rognoni, mi ucciderebbero certamente»; b) che di ciò il commissario De Luca ebbe a fare una relazione. Il documento però non è stato allegato al rapporto per il veto dei superiori”.

E ancora: “Appunto relativo al 27 gennaio 1981. Ore 18 – Assumo in esame il dott. Mignosi ispettore regionale. Riservatamente mi dice – mi prega di non verbalizzare – che dopo tre o quattro giorni dall’uccisione del presidente Mattarella andò a trovare il procuratore generale Viola e decise di riferire tutto quanto sapeva; il procuratore generale gli disse (testuale): «Come amico gli consiglio di aspettare gli eventi. Se poi vuole essere sentito chiamo il segretario e verbalizzo». Evidentemente non fu verbalizzato nulla! (Paura?)”.

E ancora, sempre Chinnici: “Appunto relativo al 10 aprile 1981. Ore 9:30 – Assumo in esame nel processo per l’omicidio Mattarella la signora Trizzino. Il contenuto della conversazione è nel verbale redatto in data di oggi. Mi confida pregandomi di non verbalizzare di avere informato S. E. Pizzillo (procuratore generale) di quanto ebbe a dirle il presidente ucciso dopo essere rientrato da Roma e avere avuto un colloquio riservato «sui problemi siciliani» col ministro Rognoni. Presente il segretario Di Bartolo”.

Chi è chi? Breve legenda per chi non ricorda e soprattutto per i molti che non c’erano e non sanno.

Il contesto nel quale Mattarella (e Chinnici) si muoveva(no) era il seguente: alti magistrati del tribunale di Palermo avevano relazioni correnti con i vertici del sistema politico e comunque erano ossequiosi davanti ai potenti della politica, tanto da mettere da parte indagini che erano tenuti a svolgere. Qui c’è un ministro della Repubblica, Rognoni, al quale Mattarella confida cose riguardanti, con ogni probabilità, le imbarazzanti relazioni del leader dell’epoca della Dc di fede andreottiana, Salvatore Lima, e dell’inquinamento politico mafioso del sistema degli appalti nella Regione. Un sistema al quale Mattarella aveva iniziato a opporsi dichiaratamente.

Qui, in questi appunti di un’epoca pre-Falcone e Borsellino (allora 40enni giudici istruttori del neonato pool di Chinnici), ci sono alti magistrati come Viola e Pizzillo che invitano importanti testimoni a non verbalizzare: sollecitano la segretaria personale di Mattarella (Trizzino) e l’ispettore della Regione incaricato da Mattarellla di delicati compiti per la trasparenza nel sistema degli appalti a non compiere – certo “per il loro bene ” e come affettuoso “consiglio tra amici” – il loro dovere. Cioè riferire all’autorità giudiziaria (che poi sono Viola e Pizzillo stessi) quanto sapevano di quel delitto che ha cambiato la storia della Sicilia, dell’Italia e di molte persone (se non altro, figli, amici e parenti di Mattarella).

Chi era “S.E. Pizzillo” (Sua Eccellenza, puntato ossequiosamente da Chinnici perché parla del magistrato titolare dell’azione penale nel distretto di Palermo)? Ce lo racconta lo stesso Chinnici, in un altro brano del suo diario pubblicato nel libro di De Pasquale, un appunto del 18 maggio 1982, cioè un anno e due mesi prima che lo stesso Chinnici (colui che scrive) saltasse in aria con la scorta in via Pipitone Federico: “Vado da Pizzillo (…) Mi investe in malo modo, dicendomi  che, disponendo indagini  e accertamenti a mezzo della Guardia di Finanza, all’ufficio istruzione stiamo rovinando l’economia palermitana. E mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone….”. Chinnici annota, visibilmente contrariato, S.E. che “mi dice che dobbiamo finirla e non dobbiamo più disporre accertamenti nelle banche”.

Questo era il “contesto”, non un film di Elio Petri ma la realtà della cronaca nella Sicilia/Italia dell’inizio degli anni Ottanta. Quanto pesano quei silenzi e quelle rimozioni istituzionali ancora oggi? Quanto hanno pesato nell’evoluzione successiva della nostra storia collettiva (politica, economica, civile) quegli inviti a tacere?