“Non ci si comporta così”. L’avvocato Vito Guarrasi accompagnò queste parole, mi sembra di ricordare, con un colpo di forchetta sulla tovaglia ricamata, i calici vibrarono e un cameriere in giacca bianca versò ancora del Rapitalà. Poi il mio ospite sentenziò: “Piersanti Mattarella non avrebbe mai dovuto dimenticare di essere il figlio di Bernardo Mattarella”. Era il 9 o il 10 gennaio del 1980, il Corriere della Sera mi aveva spedito a Palermo per raccontare i giorni successivi all’assassinio del presidente democristiano della Regione siciliana e non sapevo cosa scrivere. Guarrasi, detto anche l’avvocato dei misteri, mi offrì l’attacco del pezzo e un pranzo indimenticabile. Ne parleremo ancora.

La pista: quaderni ritrovati e l’uomo di Cassibile
Dopo l’elezione al Quirinale di Sergio Mattarella sono andato a ripescare dei vecchi appunti cercando un filo conduttore: come molti sono convinto che in fondo l’odierna apoteosi sul Colle sia cominciata con la tragedia di trentacinque anni fa. In questa storia, che come vedremo ne richiama altre, c’è qualcosa d’indivisibile e di profondamente complesso: c’è soprattutto il sangue versato e ci sono i vincoli di sangue che si agitano nel profondo di ciascun protagonista e che nessun altro è in grado di spiegare. Arrivare in Sicilia per chi ha un cognome come il mio sottoponeva sempre a un piccolo esame, sì anche questo del sangue. Dall’impiegato dell’autonoleggio alla concierge dell’Hotel delle Palme la registrazione del tesserino giornalistico comportava un’immancabile constatazione sulle origine sicule dei Padellaro. E dunque accogliendomi come figliol prodigo i siciliani si aspettavano che io naturalmente rifuggissi dai soliti luoghi comuni sui siciliani, mafia o non mafia. Eppure, sapevano benissimo che non era certo un luogo comune il killer che nella vicina via della Libertà, la mattina del 6 gennaio, festa dell’Epifania aveva ferito a morte Piersanti Mattarella, appena salito sull’auto per recarsi a messa con la famiglia. È lo stesso riflesso che ha ispirato la famosa gag di Roberto Benigni in Johnny Stecchino quando lo “zio” gli parla della piaga che “diffama la Sicilia e in particolare Palermo agli occhi del mondo, il traffico”. Molti siciliani hanno ben presente cos’è la mafia ma se ne parlano gli altri, e figuriamoci se “un giornale del nord” storcono il naso e si sentono, appunto, incompresi e anche un poco “diffamati”.

Andavo girando a vuoto per le stazioni obbligate dell’inviato a Palermo. La redazione del Giornale di Sicilia, dove colleghi assai cortesi mi fornivano ampi dettagli sul risaputo; e davanti all’ingenuità di certe domande avevano l’aria di pensare: “Ma chistu che ne vuole sapere…”. Stanze dei passi perduti dove sarei tornato il 30 aprile 1982, giorno dell’uccisione del segretario regionale del Pci, Pio La Torre. E allora mi sarei ricordato di una confidenza fattami dallo stesso La Torre. Il temutissimo Vito Ciancimino che lo incrocia nei corridoi di palazzo delle Aquile e mafiosamente gli chiede se ha bisogno di qualche favore e il collerico Pio che gli soffia in faccia: “Non ti devi permettere”. Ma questa è un’altra storia. Poi c’era il tour dai politici che accettavano di riceverti “ma naturalmente non lo scriva”: in genere mezze calzette che sui possibili mandanti dell’omicidio bofonchiavano ipotesi strampalate salvo poi rianimarsi quando finalmente il discorso cadeva sulla “politica”. Ah, la politica sospiravano con la stessa espressione trasognata di Benigni-Stecchino quando esclamava: ah mia matri. Da tempo l’Isola era considerata una specie di laboratorio di audaci strategie, tali da mettere in imbarazzo perfino Roma come, per esempio, le larghe intese Dc-Pci, formula sperimentata sotto varie forme e consacrata in Regione proprio nella giunta Mattarella. Orbene, le mezzecalzette politologhe m’intrattenevano sui marchingegni siciliani con pippe interminabili che facevo finta di trascrivere. Alla sera, esausto mi accasciavo al Delle Palme e lì tra divani e mobili liberty, nelle atmosfere di quei saloni teatro dei meeting di Joe Bonanno e dei bravi ragazzi cercavo inutilmente la trama smarrita chiedendomi: che ci faccio qui?

Avevo cercato di mettermi in contatto con Guarrasi ma con poche speranze. L’avvocato era come il Delle Palme: suggestivo ma sfuggente. Quel nome, del resto, veniva pronunciato sottovoce generalmente accompagnato da una discreta rotazione della mano destra come a dire: quello ne sa di cose… Giovanissimo aveva assistito alla firma dell’armistizio di Cassibile in qualità di aiutante del generale Castellano e si favoleggiava della sua attiva presenza in una riunione con alti ufficiali americani dove sarebbero state poste le basi del separatismo siciliano sotto la direzione ça va sans dire della mafia. Ritenuto di volta in volta riferimento della sinistra, della massoneria e di Cosa Nostra, presente nei consigli di amministrazione di 25 differenti società, anche pubbliche, consigliere di Enrico Mattei, si diceva che conoscesse la verità sul disastro aereo di Bascapè (secondo alcune ricostruzioni un attentato con bomba a bordo) dove perse la vita il fondatore dell’Eni, e che catapultò Eugenio Cefis al vertice dell’ente petrolifero. Bon vivant e accompagnato da donne bellissime, così ne scrisse nel 1976 il senatore Luigi Carraro, relatore della commissione parlamentare Antimafia: “Non c’è stato settore di qualche importanza della vita economica siciliana che non ha visto impegnato in prima persona l’avvocato Guarrasi. Non sempre però queste iniziative andarono a buon fine”. Si sussurrava che fosse più potente di Cuccia, più influente di Agnelli, più ricco di Berlusconi, più astuto di Andreotti, più segreto di Fatima. Mi chiamò una mattina, una voce cordiale: “Dottore Padellaro sono l’avvocato Guarrasi, so che mi sta cercando, sarei lieto di averla oggi a pranzo qui a Mondello”.

Il Potere: sulle tracce dei tre magnifici democristiani
Mi sentivo preparato sulle domande da fargli. Da anni seguivo le complicate traiettorie della Dc siciliana e avevo avuto modo di incontrare, oltre a Mattarella gli altri magnifici tre della giovane covata democristiana. Rosario Nicoletti, segretario del partito. Rino Nicolosi, che diventerà presidente della Regione nel 1985. Il più volte ministro Calogero Mannino, per decenni grande burattinaio della politica siciliana. Andavo da Nicoletti ogni volta che scendevo a Palermo. Uomo tormentato, non l’ho mai visto sorridere, e lacerato com’era tra intrighi e veleni di cui qualche volta mi parlava, avevo l’impressione che vivesse in una sorta di precarietà spirituale, come quei preti che hanno perso la fede ma continuano a dire messa. Di Piersanti Mattarella, infine, avevo seguito il percorso sorprendente. Una carriera cresciuta all’ombra del potente padre Bernardo, più volte ministro e grande collettore di voti e di amicizie anche compromettenti in quel di Castellammare del Golfo, nella Sicilia occidentale della mafia più spietata. Poi però, come scrive Alfio Caruso in Da Cosa nasce Cosa, “dall’oggi al domani, il figlio dell’avvocato Bernardo diventa inavvicinabile. Mattarella è dalla nascita immerso nella Sicilia del potere assoluto, eppure mostra di non avere compreso fino in fondo i meccanismi che la regolano. Ritiene che lì dove vige la legge del più forte possa essere instaurata senza contraccolpi la legge dello Stato. Gli sfuggono la portata del fenomeno, gli enormi interessi che muove, il vasto raggio delle complicità. Non capisce che lo stesso sostegno del Pci alla sua giunta, del quale lui si fa forte per sfidare i vecchi equilibri, è un chiodo in più sulla sua bara”.

Il pranzo: giri di parole, parenti e la “fedeltà” di Trinacria
“Qui a Mondello” era una bellissima dimora moresca con patio arabo e una grande terrazza con fontane e giochi d’acqua, oggi trasformata nella sede di un ristorante esclusivo. Di Guarrasi ricordo tre cose. Il tratto signorile. L’esibizione orgogliosa delle sue proprietà tra cui, amatissima, la tenuta dei vigneti di Rapitalà (dall’arabo Rabidh Allah, mi spiegò, il fiume di Allah che scorre tra i filari), adagiata là dove Camporeale declina verso Alcamo. Ma soprattutto mi colpì la particolare attenzione che riservò alla storia della mia famiglia paterna. È vero (chiese ma lo sapeva benissimo) che si era trasferita a Roma da Mazzarino , paesone vicino Caltanissetta tristemente noto per un convento di frati mafiosi che taglieggiavano i poveri contadini? Confermai. Ed ero forse parente di quel grand commis dello Stato con cui aveva condiviso una sincera amicizia e alcune poltrone nei consigli di amministrazione? Sì, era mio zio. Poi s’informò sulla salute di mio padre, anch’egli alto funzionario. Cercava, amabilmente e malignamente, di mettere in contraddizione le mie origini avvolte, a suo dire, nella bambagia del potere con i miei articoli, sempre a suo dire, sinistrorsi, scritti per un giornale, il Corriere che non esitò a definire “comunista”. Stava rispondendo per così dire mafiosamente alla mia domanda iniziale sulle cause dell’uccisione di Piersanti Mattarella e lo faceva attraverso un ragionamento analogico e intriso di sottocultura patriarcale. Non si devono tradire le proprie origini se grazie a esse abbiamo ricevuto privilegi e benefici. E Pier-santi aveva dimenticato, purtroppo, di essere il figlio primogenito di Bernardo e dei suoi voti. Così discorrendo l’avvocato dei misteri mi svelò parte del mistero.

I destini. Vite e morti misteriose: Nicolosi, Nicoletti e Mannino
Anche se sull’origine e i mandanti dell’omicidio Mattarella non tutto è stato chiarito con l’ergastolo a Totò Riina e agli altri boss della Cupola, è accertato che l’esecuzione fu decisa in seguito al tentativo del presidente di sottrarre alle grinfie degli amici degli amici gli appalti pubblici della Regione. A chi cercò di stargli accanto in quella tormentata Dc non è andata meglio.

Rosario Nicoletti, anch’egli rampollo di una potente famiglia siciliana, è morto suicida nel 1984 lanciandosi dal quarto piano della sua casa di Palermo per ragioni rimaste misteriose. Rino Nicolosi è morto divorato dal cancro nel 1998 dopo aver consegnato alla magistratura un memoriale che gettò lo scompiglio nella classe dirigente dell’epoca. Calogero Mannino è stato coinvolto in vari processi con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ed è attualmente imputato nel processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia. Di Vito Guarrasi, morto nel 1999, è rimasta una frase sprezzante: “I siciliani sono più furbi che intelligenti”. Per la sua storia personale e per la dignità con cui in tutti questi anni ha protetto la memoria del fratello, Sergio Mattarella è la dimostrazione del contrario.

da il Fatto Quotidiano di domenica 8 febbraio 2015