L’eccentrico matematico Yanis Varoufakis che in tasca ha un passaporto australiano ed è il ministro greco dell’economia e delle finanze del Paese più indebitato del mondo sa che la sua è una missione disperata, quella cioè di convincere i partner dell’Unione Europea e i mastini della Bce a scucire i fondi di cui la stremata Grecia ha immensamente bisogno. Di fronte al no della Banca Europea e all’ipocrita solidarietà dei leader europei che gli esternano simpatia ma non allungano i quattrini, soprattutto dinanzi all’intransigenza della Germania – giustificata, certo, dalla sconsiderata ed allegra gestione dei governi greci che hanno dissipato risorse e aiuti colossali – ha dapprima usato toni soft per commentare gli incontri coi suoi interlocutori, “noi siamo disposti a trattare, siamo una chance per l’Europa, noi abbiamo un grande sostegno nel popolo greco, usateci per iniziare un nuovo capitolo della storia dell’Ue”. Però i suoi messaggi sono rimasti inascoltati, al che l’indomito ministro ha ammesso che non c’è stato accordo e che non sono state trovate soluzioni, e ha orgogliosamente rivendicato il diritto di “lavorare i problemi da partner” e non da vigilati speciali.

Non l’avesse mai detto. Wolfgang Schaeuble, il ministro tedesco delle Finanze, ha subito precisato di non essere d’accordo con Varoufakis su tutti i punti discussi, anche se c’è stato un dialogo “intenso e fruttuoso”. Balle. Perché Schaeuble ha sintetizzato l’incontro berlinese con una sorta di diktat: “La Grecia deve ritornare ad affrontare i problemi con le tre istituzioni con le quali ha avviato il programma di risanamento, ossia la Bce, la commissione Ue e il Fondo Monetario Internazionale“. Proprio la Trojka (coi suoi ukase) che la sinistra radicale Syriza e il premier Tsipras hanno identificato come i nemici della resurrezione greca. Così, lo scamiciato Varoufakis – il suo look anticonvenzionale non è affatto casuale, è una sorta di abito che fa il monaco, un messaggio chiarissimo: saremo arruffati e sgarrupati ma dobbiamo ribaltare certe regole mortali dell’austerity e di un discutibile fondamentalismo economico – ha preso coraggio e ha aperto il suo portafoglio, vuoto di Euro ma zeppo di Storia. Già, la memoria di un passato purtroppo ancora recente che ai tedeschi spesso risulta ingombrante, fastidiosa, insopportabile: “Credo che di tutti i Paesi europei la Germania possa capire questa semplice notizia: quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa, e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel, questa nazione prima o poi fermenta”. Non successe alla Germania sconfitta ed umiliata del 1918, che vide germogliare il nazismo all’ombra della precaria Repubblica di Weimar?

Insomma, non accettiamo lezioni da chi si è comportato, in passato, assai peggio di noi. E poi, la colpa del disastro di chi è? Con astuzia degna di un Ulisse delle finanze, Varoufakis ha ricordato, indirettamente, che anche qualcun altro ha pasturato nell’Egeo del debito greco, un far west della speculazione, dell’evasione fiscale e dell’esportazione di capitali (vi ricordate quattro anni fa i parlamentari che avevano trasferito i loro risparmi in Svizzera?) che ha fatto comodo a tanti, di quest’Europa che oggi fa la moralista: “Certo, ci sono stati errori da parte della Grecia per la mancanza di progressi nelle riforme, ma non è questa la ragione per la quale l’eurozona è a rischio deflazione. E’ una crisi di sistema. Dobbiamo risolverla, pensando da europei, ricominciando ad usare strumenti politici”. Per non ricadere nella trappola. In fondo, la Grecia è come quei “canarini delle miniere” che venivano ingabbiati e usati come sistema d’allarme, la loro morte segnalava infatti la presenza letale del grisù: “Erano la parte più debole che moriva per prima, ma non era responsabile dei gas velenosi”. Fuori di metafora, la Grecia è la prima tessera del domino a cadere, però non è responsabile dell’effetto domino.

Varoufakis è molto intelligente, e tocca corde profonde, non solo in Grecia. Piace, il suo modo di comportarsi ed interloquire, a chi non tollera più l’oppressivo autoritarismo economico e finanziario tedesco. Una Germania che ha fatto pagare la riunificazione con la Ddr comunista, dopo il crollo del Muro di Berlino, anche a tutta l’Europa. Le banche tedesche si sono arricchite andando all’assalto dei Balcani e quindi anche della Grecia, con la complicità (interessata) dei suoi dirigenti politici. Una Germania che non si è opposta all’impresa olimpica di Atene 2004, esageratamente costose rispetto al potenziale economico greco, perché, come francesi, italiani, americani e inglesi, ci si guadagnava, eccome. Se la Grecia si è indebitata, è anche perché il suo ingresso nell’Euro è stato eccessivamente ottimista. Eurostat, nel 2001, l’organismo di controllo europeo, aveva denunciato la falsificazione dei conti pubblici greci, con la complicità di Goldman Sachs, permettendo ad Atene di avere l’illusione che potessero corrispondere ai criteri di Maastricht.

Chi prese sul serio, in quel 2001, gli avvertimenti di Eurostat? Né Bruxelles, né Berlino (tantomeno Parigi e Roma). Germania, Italia, Francia: complici di questa menzogna. Per forza: le banche già patteggiavano prestiti generosamente concessi. Per finanziare i Giochi, per modernizzare l’esercito e comprare armi (come i sottomarini francesi), per consentire ai governi greci di raddoppiare i posti pubblici e quindi favorire un clientelismo diffuso. Senza dimenticare che Bruxelles chiuse un occhio sull’assenza di uno Stato serio – serio, intendo, dal punto di vista economico, fingendo di non vedere i privilegi accordati agli armatori e ad altri centri di potere finanziario. Un dato: nel 2008 la Grecia spendeva 115 euro quando ne guadagnava 100. Una situazione insostenibile.

C’è chi teme che il populismo del partito Syriza conduca alla catastrofe, che le scelte diciamo così “keynesiane” mascherino conseguenze tanto disastrose quanto prevedibili di una politica impotente ed incapace di gestire e risolvere la crisi: le bugie e le promesse che non si possono mantenere producono sempre effetti drammatici, nazionalismo e derive autoritarie. Tutto quello che Vladimir Putin si aspetta. Da Grande Spettatore Interessato, neozar di una Russia nazionalista, conservatrice che vuole soprattutto antioccidentale. Mosca vede nella crisi greca – che è poi una crisi profondamente politica – lo spiraglio per introdursi nello scenario europeo da cui è stato emarginato, dividere l’Unione e affettare l’Euro. Una partita sul filo del rasoio, delicatissima. Varoufakis, ha scritto qualcuno, “terrorizza” la Germania o meglio, lo scrupoloso e pignolo contribuente tedesco, ma sa come sventolare lo spauracchio del default greco: “Volete una Grecia riformata oppure deformata?”. Sottinteso: attenzione a sottovalutare il pericolo di un crac sistemico. Siamo piccoli, tuttavia anche la Lehman Brothers che nel 2008 fu l’inizio della pandemìa finanziaria globale era in fondo una banca di modeste proporzioni. Salvo che era legata a tutte le altre.

Il panico, si sa, è incontrollabile, una volta scatenato.: “L’Europa deve interessarsi innanzitutto della sostanza e non della fraseologia. I cittadini ne hanno abbastanza dei funzionari che passano il loro tempo a cercare degli eufemismi piuttosto che a trovare soluzioni. Noi greci vogliamo mettere tutta la nostra energia per trovare delle soluzioni. Noi siamo confrontati a un’equazione con un sacco di variabili. Il debito è solo una di queste. Il nostro obiettivo – e credo sia quello di tutta l’Europa – è di mettere fine alla triplice crisi che noi viviamo in Grecia, che concerne il debito, le banche e l’ambiente deflazionista che ostacola il settore. Noi abbiamo bisogno di tutti gli strumenti per risolvere questa equazione e riutilizzare il programma applicato sinora che si basava su una logica errata“. Così parlò (al quotidiano Le Monde, martedì 3 febbraio, ndr.) Varoufakis, lo Zarathustra dei conti di Atene.