Barack Obama ha annunciato oggi nuove regole per la gestione dei dati raccolti da Fbi e Nsa tramite Internet. Le agenzie di intelligence made in Usa saranno obbligate a cancellare immediatamente i dati relativi a chiamate ed email che non contengono “informazioni rilevanti” per la sicurezza del paese. Una buona notizia? No. Perché il presidente degli Stati Uniti ha specificato che le regole si applicheranno soltanto alle comunicazioni dei cittadini statunitensi, anche se residenti all’estero. Tutte le informazioni riguardanti i non-americani potranno invece essere conservate per cinque anni. Gli Stati Uniti, quindi, rivendicano ancora una volta il loro diritto-dovere (sigh) a portare avanti uno spionaggio a tappeto su Internet. Non è una novità. Nel corso del rovente dibattito seguito al Datagate e alle rivelazioni di Edward Snowden, l’opinione pubblica americana non ha mai messo in dubbio il fatto che il diritto alla privacy sia una prerogativa esclusiva dei cittadini statunitensi. Le altre 6,7 miliardi di persone sul pianeta, invece, sono potenziali terroristi che vanno tenuti sotto controllo.

Al massimo, gli sventurati non-americani possono decidere di partecipare attivamente all’opera di spionaggio globale degli Stati Uniti sperando di ottenere in cambio l’accesso alle informazioni che vengono raccolte. Lo fanno i quattro paesi che sono parte dei “five eyes” (oltre agli Usa, Canada, Australia, Gran Bretagna e Nuova Zelanda) e qualche alleato storico. Lo farà sempre di più la Germania, soprattutto dopo la capitolazione di Angela Merkel. Dopo aver fatto la voce grossa in seguito alla vicenda delle intercettazioni telefoniche a cui è stata sottoposta, la cancelliera tedesca ha infatti deciso di cambiare strategia, annunciando per settimana prossima un incontro con Obama in cui i due discuteranno una maggiore condivisione delle informazioni di intelligence. Insomma, la Merkel ha scelto di applicare in maniera limpida il vecchio adagio “se non puoi combatterli, unisciti a loro”.

Una strategia che il nostro paese sembra seguire da tempo. L’Italia, infatti, è considerata dagli Stati Uniti un “paese amico”, o meglio un “partner di seconda fascia” (dopo i five eyes) che collabora attivamente nella raccolta dei dati, facilitando le operazioni dell’Nsa sul suo territorio. Nei mesi in cui il Datagate ha riempito le pagine dei giornali, il governo italiano ha mantenuto un poco sorprendente atteggiamento ambiguo, alternando imbarazzate smentite a mezze conferme delle attività di spionaggio a cui sono sottoposti i cittadini della Repubblica. Ora, con le nuove regole volute da Obama, sappiamo che le nostre comunicazioni verranno registrate e conservate (anche se irrilevanti) per 5 anni. È tollerabile?

Mentre stavo scrivendo questo post, mi sono fermato per ascoltare il primo discorso in parlamento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Cito testualmente dalla versione pubblicata sul sito della Presidenza della Repubblica: “Considerare la sfida terribile del terrorismo fondamentalista nell’ottica dello scontro tra religioni o tra civiltà sarebbe un grave errore. La minaccia è molto più profonda e più vasta. L’attacco è ai fondamenti di libertà, di democrazia, di tolleranza e di convivenza. Per minacce globali servono risposte globali. Un fenomeno così grave non si può combattere rinchiudendosi nel fortino degli Stati nazionali. I predicatori d’odio e coloro che reclutano assassini utilizzano internet e i mezzi di comunicazione più sofisticati, che sfuggono, per la loro stessa natura, a una dimensione territoriale. La comunità internazionale deve mettere in campo tutte le sue risorse. Nel salutare il Corpo Diplomatico accreditato presso la Repubblica, esprimo un auspicio di intensa collaborazione anche in questa direzione. La lotta al terrorismo va condotta con fermezza, intelligenza, capacità di discernimento. Una lotta impegnativa che non può prescindere dalla sicurezza: lo Stato deve assicurare il diritto dei cittadini a una vita serena e libera dalla paura”.

Cominciamo bene.