Calma piatta. Le prime ripercussioni sulle Borse del responso delle urne in Grecia, dove ha trionfato la sinistra radicale di Alexis Tsipras, sono molto meno pesanti rispetto alle previsioni. Piazza Affari ha aperto in calo dell’1,14% in apertura, ma ha subito recuperato. Per poi chiudere in progresso dell’1,15 per cento. Il rendimento del Btp all’inizio della seduta era all’1,55 per cento, poco sopra l’1,51 venerdì, e lo spread con i Bund tedeschi si è per un po’ allargato a 121 punti base contro i 115 registrati alla chiusura delle contrattazioni la scorsa settimana. Ma la fiammata è rapidamente rientrata e il tasso di interesse sui titoli di Stato della penisola a dieci anni è sceso a 1,5 per cento. Nel frattempo anche le altre piazze europee, che avevano aperto tutte in territorio negativo, hanno recuperato terreno. Tranne Atene, che dopo l’ottimo risultato messo a segno venerdì (+6,14%) – spinta come tutte le altre dal varo del quantitative easing da parte della Banca centrale europea – lunedì mattina ha aperto in calo dell’1,01% e ha poi aggravato le perdite chiudendo in ribasso del 3,2 per cento. Quanto all’euro, la moneta unica è inizialmente scivolata sotto quota 1,11 dollari ma ha poi ripreso quota attestandosi a 1,12 sul biglietto verde. Tensione solo sui titoli di Stato di Atene: il rendimento di quelli a tre anni è salito al 10,84% (+0,76%) contro il 9% di quelli a dieci anni. Un’inversione – in situazioni normali più è lontana la scadenza più il tasso è alto – che segnala il rischio default del Paese. Perché indica che gli investitori temono che il Paese, tra tre anni, potrebbe non essere più in condizioni di restituire il debito.

Ora, comunque, i mercati attendono le mosse del futuro esecutivo a guida Tsipras: il suo percorso è costellato, sul fronte finanziario, di sfide decisamente ardue, il cui esito influenzerà il futuro di tutta l’Eurozona. Non per niente Mario Draghi, Jean Claude Juncker, Donald Tusk e Jeroen Dijsselbloem, rispettivamente presidenti di Bce, Commissione Ue, Consiglio ed Eurogruppo, oggi si vedranno a Bruxelles per una colazione di lavoro subito prima della riunione informale dei ministri delle Finanze dell’Eurozona, cui parteciperà anche Draghi. “Vogliamo che la Grecia resti nella zona euro, è in questo spirito che lavoriamo, siamo pronti a parlare del futuro ma oggi è presto per i dettagli”, ha detto, entrando al vertice, il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici. Secondo il quale comunque “abbiamo bisogno di istituzioni Ue nel Paese” e “dobbiamo lavorare sulla base degli accordi esistenti”. E anche il ministro tedesco dell’economia Wolfgang Schaeuble ha ribadito che “nessuno obbliga la Grecia a nulla ma gli impegni presi sono validi”.

Il taglio del debito e la posta in gioco per Germania, Francia e Italia – La prima tappa, per il nuovo governo, sarà la rinegoziazione della montagna del debito pubblico, che secondo stime indipendenti ha raggiunto i 330 miliardi di euro, quasi il 180% del prodotto interno lordo. Che a sua volta negli anni dell’austerity è sceso del 25 per cento. Syriza chiede che quella “zavorra” sia tagliata del 60-70% (la stessa concessione ottenuta dalla Germania nel secondo dopoguerra), magari trasformandola in un bond a lunghissima scadenza da ripagare solo quando il Paese sarà tornato su un percorso di crescita sostenuta. Il membro del direttorio Bce Benoit Coeuré lunedì mattina ha detto, parlando alla stazione radio francese Europe1, che “Tsipras deve ripagare il debito, sono queste le regole del gioco, non c’è spazio per comportamenti unilaterali in Europa”. Ma, ha aperto, “un allungamento delle scadenze è possibile”. Mentre Dijsselbloem ha avvertito che sarà possibile discutere della sostenibilità del debito greco solo “dopo la quinta revisione della troika, che non è stata completata, quindi ora è troppo presto”. I ministri delle Finanze dell’Eurozona, ha spiegato, oggi discuteranno di un’eventuale estensione dell’attuale programma di aiuti alla Grecia, “ma dipende da quanto in fretta” il nuovo governo si insedia e “se lo chiederanno”. Il presidente ha poi aggiunto che al momento non vede “spazio in Europa su una cancellazione del valore nominale del debito greco”.

Trovare un accordo però non sarà facile. E’ vero che l’80% del debito è nelle mani di Unione europea, Fondo monetario internazionale e Bce, per cui all’orizzonte non c’è un altro taglio ai danni dei privati (haircut) come quello del 2012. Ma resta il fatto che concedere uno “sconto” equivarrebbe a perdite per tutti gli Stati membri della Ue che hanno prestato denaro ad Atene attraverso Fondo salva Stati e Meccanismo europeo di stabilità. La più esposta è la Germania, con circa 60 miliardi. E questo spiega i timori dei cittadini e della politica tedesca davanti al trionfo di Syriza. Subito dietro però ci sono Francia e Italia, che alla Grecia hanno prestato rispettivamente 46 e 40 miliardi.

Su Tsipras la spada di Damocle dell’esclusione dal piano di Draghi – Lo stesso Tsipras, però, pur forte del risultato delle urne dovrà fare i conti con un’arma potente nelle mani di Ue e Bce: la possibilità di escludere il Paese dal programma di acquisto di titoli di Stato che inizierà a marzo con l’obiettivo di far ripartire la crescita dell’area euro. I bond di Atene, classificati come “spazzatura” dalle agenzie di rating, non rispettano infatti i requisiti minimi richiesti dall’Eurotower. Che però ha deciso di includerli nel piano a patto che il Paese sia inserito in un programma di assistenza finanziaria. Non solo: le linee guida prevedono esplicitamente la “sospensione” nelle fasi in cui l’assistenza viene rinegoziata. Insomma: se il Paese davvero ripudierà la troika, come promesso dal leader di Syriza, Atene dovrà fare a meno dell’aiuto del “bazooka” di Draghi. E probabilmente anche all’assistenza del sistema di liquidità di ultima istanza (Emergency liquidity assistance), a cui già tre banche elleniche hanno fatto ricorso dopo che, nel solo mese di dicembre, i correntisti spaventati dalla prospettiva del voto anticipato hanno ritirato 3 miliardi di euro di depositi.

Senza aiuti internazionali il Paese va verso il default – Al momento della verità, in teoria, manca poco più di un mese: il 28 febbraio termina infatti il secondo programma di aiuti del Fondo salva Stati e in quella data il Paese dovrebbe ricevere l’ultima rata da 1,8 miliardi, rimandata di due mesi, lo scorso dicembre, proprio a causa dell’indizione delle elezioni. Poi c’è il limbo: per continuare a ricevere prestiti serve un nuovo accordo. Molti analisti ritengono che in realtà al Paese sarà accordato più tempo, fino a luglio. A quel punto, senza aiuti la Grecia non potrà rispettare le scadenze sul debito. Tecnicamente, andrà in default. Ipotesi che il leader di Syriza vuole evitare, visto che intende far restare il Paese nell’Eurozona come vuole, stando ai sondaggi, il 75% dei greci.

Le promesse elettorali alla prova dei fatti – In più, Tsipras in campagna elettorale ha promesso di ribaltare il dogma dell’austerity che ha precipitato i greci nella povertà e fatto salire il tasso di disoccupazione al 27%. In particolare, il futuro primo ministro intende aumentare gli stipendi e le pensioni minime, ripristinare i contratti collettivi di lavoro, abolire le norme che consentono i licenziamenti di massa, fornire buoni pasto ed elettricità gratuita alle famiglie senza mezzi, offrire case popolari ad affitti calmierati, ripristinare un livello accettabile di assistenza sanitaria anche per i disoccupati. E aumentare la soglia di reddito sotto il quale non si pagano tasse. Promesse che secondo l’Eurotower e i funzionari della Ue comporterebbero un conto finale di diversi miliardi di euro, che attualmente il Paese non può permettersi. Tanto più che Syriza intende archiviare il piano di privatizzazioni messo in campo da Antonis Samaras e ancora non decollato. Un piano che comprendeva la vendita di tutta la rete elettrica (a cui era interessata anche l’italiana Terna), della società pubblica del gas e dei gasdotti, delle miniere, dell’ex aeroporto della capitale. Per non parlare delle isole: una ventina quelle attualmente sul mercato.