Il 28 gennaio 2015 Erri De Luca, lo scrittore che all’estero tutti ci invidiano (tradotto in 30 lingue, dal coreano al persiano, con molti dei suoi testi utilizzati nelle scuole), subirà un processo per reato d’opinione. Sì, proprio così. Erri ogni mattina legge i testi sacri, traduce direttamente dall’ebraico, è il narratore che piace alla sinistra quanto alla destra. Salvatore Tramontano, vicedirettore de Il Giornale, dice: “E’ la persona più colta che abbia mia conosciuto”.

L’uomo che sente ancora forte l’appartenenza alla generazione che voleva cambiare il mondo. Cosa avrà mai fatto Erri, oggi poeta mite e solitario, che anziché straparlare (vizio nazionale), preferisce starsene zitto. Cosa ha detto di tanto ignobile? Si è permesso di esprimere la sua ruvida opinione sulla Tav, contro lo sventramento di una montagna imbottita d’amianto, dannosa per l’ambiente e per chi ne respira i veleni. Il mondo va avanti, corre anche senza l’alta velocità, ma noi siamo ritornati al Medio Evo del diritto.

A giugno nell’udienza preliminare che lo rinviava a giudizio, accogliendo così la tesi dell’accusa, Erri e i suoi avvocati Gianluca Vitale e Alessandra Ballerini rifiutarono il rito abbreviato che si sarebbe svolto a porte chiuse. Un processo alla parola va svolto in pubblica udienza. Inoltre la difesa non presenterà testimoni. “I testimoni che posso presentare sono quelli che hanno letto le mie pagine. Non ne disturberò nessuno”, scrive Erri nel piccolo libro La parola contraria, dove fa la difesa di se stesso e dell’articolo 21 della Costituzione.

Mi racconta che in questi giorni una quarantina di gruppi di lettura si danno appuntamento in giro per l’Italia per leggere le sue pagine come dimostrazione di sostegno. Dice che quella è la migliore difesa della parola contraria. Feltrinelli gliela pubblica al prezzo politico di 4 euro (“Ne avanza uno per un caffè”, mi dice), prima tiratura 110mila copie, già in seconda ristampa. In Francia gliel’ha pubblicata il suo editore Gallimard e anche l’editore spagnolo e tedesco stanno mandando in libreria il testo.

“La tua previsione?”, gli chiedo. “Mi condanneranno”. Gli dico che è inverosimile. Mi risponde che in Italia l’inverosimile è frequente. Inoltre non farà appello in caso di condanna. Perché si tratta di libertà di parola e se le sue convinzioni sono un reato, continuerà a commetterlo. Accanto a lui sul banco degli accusati siederà pure il suo passato di rivoluzionario negli anni ’70, in Lotta Continua. Risponde che se fosse accusato di un atto materiale di resistenza a pubblico ufficiale, siederebbe il suo passato. Ma accusato di parola contraria, c’entra la sua attività di scrittore, di persona pubblica e non la sua biografia di cittadino.

In attesa del 28 gennaio, data ormai dietro l’angolo delle nostre coscienze, vi invito a cliccare su iostoconerri.net, perché le parole non si processano, le parole si liberano. Erri è un Charlie napoletano nel Dna (e mi scuso di abusare del confronto con il giornale satirico), si farebbe ammazzare pur di difendere una sua convinzione. Erri è Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu possa esprimerla”. Io difendo Erri a prescindere. Non mi piacciono i bavagli alla parola. Ma sono ottimista e scommetto sulla sua assoluzione. E voi?

Twitter @januariapiromal