Venne a cercarmi un giorno e chiese di parlarmi. Era depresso, disperato e…terribilmente innamorato, ma non della sua sposa. Ben presto compresi che la donna che gli aveva rubato il cuore era solo una ragazzina. Lui era una persona per bene che non avrebbe fatto mai del male a una mosca. Con la fanciulla non aveva mai sbagliato né si sarebbe sognato di farlo. Ma stava terribilmente male. Se ne sentiva attratto. Soffriva. Si rendeva conto del pericolo che correva e chiedeva aiuto. Che fare?

La ricetta magica esiste solo nelle favole. Pedofilia: che cos’è? Una malattia? E quali sono le terapie appropriate? E dove vengono praticate? È, invece, solamente un brutto vizio da punire? Leggo che Paolo Bovi, l’ex fonico e fondatore dei Modà, condannato a 5 anni e mezzo di reclusione per violenza sessuale su minori, ha inviato una lettera ai genitori prima di tentare di togliersi la vita: «Sono malato di pedofilia…», scrive. Vogliamo cercare di capire qualcosa in più prima di stracciarci inutilmente le vesti e inveire contro il pedofilo Bovi.

Dobbiamo ammettere che gridare allo scandalo ogni qualvolta un pedofilo viene acciuffato ci tranquillizza, fingendo, però, di non sapere che per ogni pedofilo arrestato, altri cento la fanno franca. Bovi confessa di essere “malato di pedofilia”. Che ha sentito questa anomala attrazione per i minori fin da quando “la prima volta alle superiori ho sentito quella parola e l’ho cercata sul vocabolario”. Immagino l’angoscia del liceale che si accorge di essere pericolosamente “diverso”. Immagino la paura di essere scoperto, giudicato, condannato. Penso alla dolorosa impotenza dei genitori se un giorno il figlio avesse rivelato loro il dramma che lo dilaniava. Che cosa sia mai successo da quel giorno nella vita dell’adolescente Bovi lo possiamo facilmente immaginare. Egli, come tutti i pedofili, diventa una persona dalla doppia vita. Nella lettera ammette di essere “stato un bambino sensibile, dolce e sincero…”. Un bambino che amava scherzare con gli altri bambini e che, diventato adulto, ha trasformato lo scherzo in una atroce gioco al massacro. Insisto: se il pedofilo è un malato – e ancora aspettiamo che a riguardo si pronunci con certezza la scienza medica -, se il pedofilo è un malato, dicevo, va ascoltato, curato, guarito. Per il bene suo e nostro non basta punirlo, rinchiudendolo in galera per qualche anno. In questo modo – in fondo, ammettiamolo, il più facile – il problema non è risolto ma solo rimandato. Il carcere non guarirà il pedofilo, per sua natura non potrà mai riuscirci. La domanda che ci scortica il cuore non può che essere: cosa accadrà quando sarà rimesso in libertà? La mina vagante tornerà a colpire?

Sono queste mie, riflessioni elementari eppure tanto disattese per un dramma che colpisce l’umanità nella sua parte più preziosa, debole e indifesa: i bambini. Una delle presunte vittime di Bovi, all’epoca dei fatti quindicenne, ha dichiarato: «Io non mi sentivo in grado di dirgli di no…gli sono sempre andato dietro, non era uno sconosciuto, ma lo sentivo come un fratello grande del quale fidarmi ciecamente. Mi sono sentito tradito e poi ho compreso che la cosa era gravissima». Ecco evidenziata la micidiale trappola in cui facilmente cadono i minori: il “ lupo” appare loro nei panni della “pecorella” amica con cui giocare. L’agnellino di cui fidarsi ciecamente.

Che faremo con una persona che confessa di essere “malato di pedofilia” e dunque capace di colpire ancora? Questa domanda batte con forza i pugni alle porte della nostra società e pretende risposte appropriate. C’è qualche speranza per coloro che sanno di essere prigionieri di questa micidiale patologia e chiedono aiuto per ritornare a vivere? Sarebbe auspicabile che si potesse aprire un serio e urgente dibattito scientifico su questa tragedia che fa tanto male e paura a noi e soprattutto ai nostri bambini.

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