Claudio, 53 anni, fa il tassista a Roma. E’ sabato sera e si torna in albergo da un concerto: da piazza di Spagna a Frascati la strada è lunga, c’è tempo per una bella chiacchierata. Esordiamo con qualche accenno a Mafia Capitale, senza entrarvi troppo nel dettaglio e risparmiandoci un po’ di minuti a rimestare nel torbido. E’ una serata così piacevole e tranquilla, decidiamo saggiamente di passare ad altri argomenti. Poi è la volta delle differenze sugli incassi rispetto a una ventina di anni fa, di Uber e del problema delle licenze alle cooperative di tassisti che operano nella Capitale (ma vengono da fuori città): il discorso prosegue senza troppi intoppi, non sono molto preparato sull’argomento e “non parlo di cose che non conosco” (cit.), quindi lascio scorrere il monologo in scioltezza fino alla frase chiave.

“E poi è anche colpa dell’euro… Guarda, te lo chiedo: dimme te ‘na cosa bona che ha fatto l’Unione Europea da quando è nata. Una!“. E no eh, questa non me la posso tenere. “Scusa Claudio, ma qui devo risponderti. L’Unione Europea magari adesso non funziona come dovrebbe funzionare e sono state fatte alcune scelte sbagliate, ma di Europa c’è stato e c’è bisogno. Non buttiamo nel cestino anni di cooperazione e risultati per pochi passi falsi!”. Non me la sono cavata bene, avrei potuto fare di meglio. E infatti la risposta arriva, puntuale e dettagliata.

Claudio è una persona informata e, in un’esposizione dei fatti forse un po’ sanguigna, mi mette davanti alla realtà di tutti i giorni; una realtà che, parlando di massimi sistemi e guardando alle stelle alla maniera di Talete, ogni tanto capita di perdere di vista. La fotografia che ne risulta è crudele e impietosa: in venti anni di Unione Europea – dice Claudio – tutti i processi che sono stati intrapresi e tutti i passi che sono stati fatti hanno condotto a un impoverimento della popolazione senza generare vantaggi sostanziali, se non per le burocrazie di Bruxelles. Qual è l’utilità di una cosa che rappresenta un giogo per gli Stati e non porta alcun vantaggio alla gente nella vita di tutti i giorni? Meglio niente, meglio senza, meglio prima.

Provo a rispondere attingendo qualcosa dalla storia dell’integrazione europea che conosco, ma ormai siamo fermi da tre minuti davanti alla porta dell’albergo ed è ora di andare. Ci salutiamo tranquillamente e ci auguriamo una buona serata, ma qualcosa va detta.

L’Unione Europea, così com’è, non funziona a dovere. E’ inutile prenderci in giro: si guarda a Strasburgo e a Bruxelles da lontano, perché quelle stesse istituzioni hanno contribuito ad allontanarsi dalla vita vera e dalla gente nel corso del tempo, ma tanti e tanti passi avanti sono stati fatti in decenni di storia comune dal sogno di Spinelli, Schuman e Monnet alla Comunità del 2014. Trattati commerciali, cooperazione politica, libera circolazione di merci e persone, mezzo secolo di pace nel cuore dell’Europa tra le potenze che per secoli hanno dominato il mondo e che adesso, però, vengono governate dai suoi processi demografici, sociali ed economici.

Che il tassista e lo studente lo volessero o no, il pianeta è cambiato, e con lui si sono evoluti anche tutti gli attori politici ed economici sulla scena globale. L’Europa non fa eccezione e, dove è stato necessario, non si sono fatti solo dei “passi avanti”, ma si è camminato. Provando a farlo nel modo migliore possibile, e spesso riuscendoci.

In alcuni momenti si è deciso di rischiare e di fare il passo più lungo della gamba, come nel caso di un’unione monetaria prima del raggiungimento di un’unione fiscale ed economica vera. In Europa si è vinto e si è perso, ma si è sempre andati avanti. Anche in questo caso, per lo stato di avanzamento in cui si trova il processo di integrazione europea, per i risultati raggiunti finora e per un mondo nelle cui dinamiche solo uniti si può contare, smettere di credere nell’Europa equivarrebbe a dichiarare la propria sconfitta.

Ma dove cercare l’Europa? Sicuramente più nelle persone che nella moneta, più nel progetto originale e nel manifesto di Ventotene che nel Fiscal Compact, più nelle giovani generazioni che negli ingranaggi macchinosi e inceppati delle burocrazie. L’Europa, quella vera, quella dei popoli, da qualche parte c’è ancora. Trovarla, costruirla, parlarne e custodirla significa lavorare per (tutti) noi. E chissà, magari non avremo più bisogno del binocolo o della cartina per vedere Bruxelles e Strasburgo più vicine a noi, senza esserne spaventati.

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