Proprio così, un mare di problemi! Naturalmente per la maggioranza degli italiani (e non solo degli italiani) fare questa affermazione è un pò come scoprire l’acqua calda, però se a dirlo non è uno qualunque, ma è uno che si chiama Ian Bremmer, fondatore e presidente di Eurasia Group, noto macroeconomista, ascoltato anche dai “grandi” della politica e dell’economia globale, che ha tracciato per il settimanale statunitense Time una breve ma significativa analisi in dieci punti (titolata per l’appunto Sea of troubles) su quali saranno i principali problemi sui quali le principali nazioni del globo, e i loro leaders, dovranno confrontarsi, vale la pena di leggere cosa dice Bremmen.

Il primo punto è (manco a dirlo!) “The broken Europe” (l’Europa spezzata). Secondo lui l’economia europea non è così mal messa come lo era al culmine della crisi nel 2012, ma è peggiorata molto la sua conduzione e stabilità politica. Poi prosegue mettendo in evidenza le difficoltà dei paesi guida (Germania e Gran Bretagna) a concludere le “dolorose ma necessarie” riforme avviate dai relativi governi e le problematiche derivanti dai vicini Stati islamici, nonché dalle rinnovate mire espansionistiche della Russia.

A man holding a newspaper looks at an electronic board showing stock prices outside a brokerage in TokyoFa spicco tuttavia, in questa parte dell’analisi che riguarda l’Europa, la totale assenza di ogni riferimento all’Italia, che pure è la terza potenza economica d’Europa. Sul piano geopolitico la Francia viene citata solo per la sua debolezza, la GB solo per la sua “assenza”.

Personalmente non mi ritrovo in questa analisi. Soprattutto nella prima parte, dove dice che i problemi maggiori saranno causati più dalla politica che dall’economia. A me sembra esattamente il contrario. E’ chiaro che i due fenomeni sono strettamente correlati, ma dovrebbe essere altrettanto chiaro che sono proprio i problemi causati dallla crisi e dall’austerità a creare (giustamente!) grossi problemi alla politica, non viceversa. Comunque, aggiungendo a questi non piccoli problemi quelli che arrivano dai vicini Stati islamici in pieno subbuglio e dalla risorgente minaccia degli attentati terroristici, ora persino più preoccupanti perché randomizzati, ne esce una previsione tutt’altro che rosea.

Il secondo punto è dedicato alla “Russia”. Qui Bremmen, anche senza dirlo, sembra attribuire alle sanzioni imposte alla Russia per le sue mire espansionistiche in Ucraina, più colpe che meriti, dato che hanno generato squilibri immensi nel mercato globale (a partire dal calo del prezzo del petrolio).

Fin dove arriverà questo durissimo scontro, per ora combattuto solo sul piano economico delle sanzioni e controsanzioni, è impossibile dirlo. Chi cederà per primo?

Il quasi dimezzato costo del barile di petrolio sta già causando crisi di grosse dimensioni in parecchi paesi esportatori del greggio e in quelli (primi fra tutti Usa e Canada) produttori di petrolio con le moderne tecniche del “fracking”. Gli analisti dicono che con il prezzo del barile sotto i 60 dollari, il costo di estrazione con la tecnica del fracking scende sotto il break-even. Oggi è già sotto questa soglia, perciò tutti si chiedono per quanto tempo riusciranno questi produttori a restare in produzione e quanti invece, già quest’anno, saranno costretti a “chiudere baracca”.

Il terzo punto: “The effect of China’s slowdown” (l’effetto del rallentamento cinese), riguarda l’area di influenza economica cinese, ma Bremmer attribuisce alla volontà del presidente cinese Xi questo “raffreddamento” del motore, che dovrebbe quindi avere ripercussioni solo sul mercato asiatico.

Più interessante il quarto punto: “The weaponization of finance” “l’utilizzo della finanza come arma). E’ sostanzialmente quello che ho scritto (poco sopra) a commento del punto due. L’arma delle sanzioni, quando tocca una superpotenza, è sempre a doppio taglio, e può arrivare a far male anche a chi la usa per primo.

Tutti gli altri punti, dal 5 al 10, riguardano le minacce terroristiche (Nord Africa e fino all’Arabia Saudita) e la debolezza di alcuni leader politici (Brasile, Colombia, Sud Africa, Turchia) che generano forti tensioni e squilibri economici nelle aree interessate, ma tendenti ad allargarsi finendo col contagiare anche le aree vicine.

Il punto 7 “The rise of strategic sectors” (la crescita di settori strategici) mette in evidenza invece la crescente importanza e influenza a livello globale di alcuni settori che, per ragioni di sicurezza nazionale, sono diventati strategici. Tra questi Bremmen cita il settore tecnologico, quello delle telecomunicazioni e quello finanziario.

La citazione di quest’ultimo settore tra quelli strategici, ricordando il famigerato “Too big to fail” (troppo grande per fallire, riferito alle grandi banche), pronunciato dal Segretario al Tesoro Usa Paulson nel 2008. Osservando oggi i miserrimi tentativi, nei 6 successivi anni, di mettere un freno alle “sbandate finanziarie” dovute ai futili controlli sulle operazioni speculative nei mercati, è possibile individuare un altro fattore di forte rischio (non citato nell’analisi di Bremmer),dovuto alla possibilità che una nuova forte ondata speculativa, a danno soprattutto dell’ Europa, potrebbe molto presto essere causata proprio dalla debolezza o totale insussistenza di regole e controlli sulle attività finanziarie.

L’anno 2014, che si è chiuso con risultati economici deludenti per tutte le grandi banche (Goldman Sachs, Chase, Citigroup, Black Rock, ecc.) e le tensioni valutarie correlate alla rapida svalutazione dell’euro sul dollaro (che ha provocato tra l’altro proprio nei giorni scorsi un “terremoto” sul franco svizzero) fanno prevedere giorni molto difficili all’orizzonte. La grande speculazione internazionale esce dal 2014 molto affamata, cosa farà per rifarsi?

A questo punto, concludere dicendo che il panorama per il 2015 è “pesantemente fosco” potrebbe essere persino considerato un giudizio quasi ottimistico.