Negli Usa i recenti segnali di ripresa economica rilevati a dicembre hanno fatto tirare a tutti un grosso respiro di sollievo (l’ultimo trimestre ha registrato una crescita del 5%), subito bloccato in gola però da repentine notizie di tonfi negli indici di Borsa, dal rapido ritrarsi del valore dell’euro sul dollaro e dai continui crolli del prezzo della benzina.

Benché quest’ultimo fenomeno sia accolto (comprensibilmente) persino con entusiasmo dalla popolazione, l’insieme di tutte queste notazioni non dice niente di buono.

Sono semplici scosse di assestamento nel marasma dei mercati odierni o sono invece i segnali di avvertimento che un nuovo tremendo cataclisma sta prendendo forza?

Il mio parere su questo quesito l’ho già espresso nel post di pochi giorni fa dal titolo: “Crisi economica: la nuova ondata è già in viaggio, ma nessuno se ne cura perché…“, ma ora è proprio l’“Editorial Board” del New York Times a trovare ulteriori argomenti per sollevare grossi dubbi sulla tenuta dei mercati. Nel suo editoriale del 2 gennaio dal titolo “Betting on default” (scommettere sul fallimento) il prestigioso quotidiano denuncia infatti senza mezzi termini l’indecente malvezzo, purtroppo in forte crescita a Wall Street e nelle altre Borse, di usare lo strumento finanziario degli “swaps”, che è sostanzialmente una assicurazione contro il rischio sul credito, per trasformare quello che dovrebbe essere un mercato finanziario in una vera e propria bisca dove si incontrano i più spregiudicati scommettitori d’azzardo.

swap

L’articolo del Nyt porta un esempio concreto di operazione swap dove non solo il creditore non cerca di tutelare il suo credito, ma addirittura agisce direttamente per fare in modo che il suo debitore si trovi nell’impossibilità di pagare (ma questa non è la tecnica tipica degli strozzini?). Nel caso preso ad esempio è “Gso Capital Partners”, del gruppo Blackstone Group, che rifiuta di rinnovare in tempo utile un contratto di muto (circa 122/mln di dollari) alla Spanish gambling company “Codere” allo scopo di indurla a pagare in ritardo, e andare così ad incassare il remunerativo contratto di swap.

Ma ci sono anche gli esempi ben più sostanziosi di Radioshack, un notissimo rivenditore di oggetti elettronici che naviga in cattive acque, e della notissima J.C. Penney. Il primo ha accumulato debiti per 1,4 miliardi di dollari, la seconda ha debiti per 8, 7 miliardi. Su questi debiti gravano operazioni di swap pari ad oltre 23 miliardi per Radioshack e a quasi 20 miliardi per J.C. Penney. Quindi sulla probabilità che le due suddette aziende non riescano a pagare gravano “swaps” (anche di operatori che non c’entrano nulla con il prestito accordato) pari già ora a quattro volte tanto.

Si deve notare che molto spesso (specialmente quando sono piccole banche o altri piccoli soggetti finanziari a concedere il prestito) è proprio il diretto creditore a perdere denaro con il credito non riscosso, mentre gli altri “avvoltoi” che si tuffano sulla preda realizzano un guadagno, talvolta costruendo ad arte le condizioni per il default del debitore.

Questo modo di fare è diventato molto diffuso in campo finanziario, però non amano essere chiamati “speculatori”, preferiscono autodefinirsi “activist investors”. Di questo tipo di operazioni ne fa una lunga esemplificazione anche il Wall Street Journal che, proprio per non smentirsi, cita appunto la categoria come molto attenta a non lasciarsi sfuggire le grandi opportunità di guadagno che le aziende con problemi economici presentano, senza peraltro richiamare, come fa il New York Times, la necessità di intensificare regole e controlli su questo tipo di operazioni.

Non si può dimenticare infatti che la ragione principale della crisi del 2007-2008 ha preso il via dal comparto immobiliare, con operazioni di cartolarizzazione dei crediti derivanti dai mutui casa (i famigerati “subprime mortgages”) ma anche allora hanno fortemente contribuito a creare la “bolla” proprio le sproporzionate assicurazioni sui crediti eseguite con le operazioni swaps. Nel mio articolo precedente cito appunto la A.I.G., fortemente compromessa e salvata solo grazie al massiccio intervento del governo americano.

Considerando che l’amministrazione Obama non è riuscita (con la legge Dodd-Frank) a mettere un freno a questo andazzo, che queste operazioni sono tuttora in continua crescita e che ora, con i repubblicani a controllare entrambe le camere del Congresso sarà ancor meno probabile che i controlli si intensifichino, è praticamente impossibile sperare che il castello di carte di questa finanza speculativa stia in piedi a lungo.  Questa bolla scoppierà presto e, nel migliore dei casi,  sarà una “corposa correzione” su tutti i titoli del comparto finanziario.  Ma siccome è possibile che ancora non faranno nulla per fermare gli speculatori, è del tutto possibile preventivare entro la fine di questo decennio la formazione di una nuova bolla…per la gioia degli statistici che si supereranno a misurare la nuova ciclicità delle recessioni e la disperazione dei risparmiatori che non riusciranno più a metter da parte niente prima che il mercato glie lo bruci inesorabilmente.

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