Napolitano si è appena accomiatato tra i battimani della maggioranza alla Camera e al Senato, i giornali dichiaratamente amici del bis-presidente si esercitano nell’elenco degli attacchi “più sfrontati” subiti dal Colle e tra i supposti o autocandidati “papabili” si è scatenata la gara a chi ha più titoli.

E se i titoli riguardassero il profilo o l’identikit dichiarato e riconosciuto a parole più o meno da tutti o tracciato con voluta indefinitezza da ultimo anche da Renzi, che solo una manciata di giorni fa fingeva che le dimissioni fossero di là da venire, non ci sarebbe nulla di cui scandalizzarsi. Il presidente del Consiglio, dopo aver tentato di negare anche l’evidenza e l’annuncio ufficiale datato primo gennaio, tanto deve essere complicato il lavorìo, ha finito per pronunciare come una sibilla reticente le tre priorità: “Grande arbitro e non giocatore, saggio, personalità di rilievo”.

In contemporanea sfidando il ridicolo e l’inconsapevole autosatira, l’unica forma di satira sopravvissuta, i Tg, gli “approfondimenti” Rai, tra cui spicca Linea Notte di Paolo Mannoni, e i grandi giornali da tempo amplificano compiaciuti la disponibilità di Berlusconi a non mettere veti su candidati del Pd anche “ex-comunisti”, come se fosse una notizia e come se i massimi esponenti del Pd non fossero da sempre per lui garanzia di immortalità politica.

La rosa dei nomi da cui deve uscire quello che Renzi proporrà da subito a Berlusconi e non ad altri, i contatti tra i due vengono descritti come serrati, tutt’al più mediati dal fido Denis, si arricchisce ogni giorno. Dopo quello di Mattarella, il più politicamente remoto e il meno censurabile, si è aggiunto quello di Franco Bassanini, autore dell’infelice riforma del titolo V della Costituzione, ma i più gettonati sarebbero Veltroni e Fassino, quest’ultimo pare molto apprezzato da Napolitano.

Il parametro di gradimento da parte di Berlusconi, il Paride della situazione al di là delle patetiche professioni di coinvolgimento di tutto il Parlamento, è noto: la disponibilità a ridargli “l’agibilità politica” e cioè a buttare alle ortiche l’incandidabilità fino al 2019 e a “garantirlo” da altri eventuali futuri inconvenienti connessi all’espiazione di qualsiasi sanzione di tipo penale, come il  divieto di espatrio riconfermato in queste ore dalla Cassazione .

Se Veltroni è rimasto insuperato per i tributi di stima nei confronti del  candidato-alter ego al Quirinale di Berlusconi, il Gianni Letta “che qualunque presidente vorrebbe come ministro” e per la mancata campagna elettorale contro il Cavaliere, Fassino per accreditarsi rivendica “i suoi meriti” da ministro della Giustizia. E quando sottolinea che non è mai stato ostile nei confronti dell'”affidato” sul fronte giustizia, che è quello ovviamente su cui B. è più sensibile, non millanta nulla.

Quando fu ministro della giustizia nel secondo governo Amato del 200-2001, Piero Fassino disse esplicitamente e formalmente che non aveva “alcun pregiudizio sulla depenalizzazione dei reati finanziari, compresa la bancarotta” (10 maggio 200). Ed il concetto fu ribadito ed ampliato dalle pagine de l’Unità: “Dobbiamo concentrare il ricorso al carcere per i reati che presentano grave pericolosità sociale, riservando agli altri forme alternative di sanzione”.

Un’anticipazione dei risultati che Berlusconi porterà a casa di lì a poco nel 2003, con la depenalizzazione del falso in bilancio che gli ha garantito le “assoluzioni” più gratificanti e che è più che mai attuale nell’era renziana della “lotta senza quartire alla corruzione”, come, in queste ore dimostra l’ennesimo emendamento dell’esecutivo al ddl anticorruzione. Il tempismo di Fassino nel rivendicare la sua “non ostilità” a Berlusconi mentre il governo Renzi fa un copia-incolla al Senato di una delle norme più ad personam del ventennio, anticipata due anni prima dal guardasigilli “ex-comunista” ora nella corsa quirinalizia è più straordinario che ammirevole. E comunque i meriti del guardasigilli Fassino, nel pur breve tempo del secondo governo Amato sono ulteriori e si riferiscono anche ad un altro tema “delicato” e molto monitorato da Berlusconi per ragioni di forza maggiore: scoraggiare il pentitismo con ogni mezzo.

Come ha ricordato Marco Travaglio dalle pagine di Micromega nel gennaio del 2011 queste nuove previsioni, degne di essere incluse nel catalogo delle leggi-vergogna, riducevano i benefici per i collaboratori e soprattutto imponevano il limite di sei mesi per “dire tutto”.

Furono commentate dall’allora procuratore Piero Grasso, che da poche ore rappresenta la nazione, in modo lapidario: “Con questa legge al posto di un mafioso non mi pentirei più, a parità di condizioni meglio fare l’imputato“. E infatti così avvenne e la lotta alla mafia arretrò come sappiamo.

I “meriti” esibiti per aspirare alla presidenza della Repubblica sono speculari alla natura dell’intesa Renzi-Berlusconi e alle finalità non dichiarate di questo governo, ma non è detto che tutto vada secondo il loro pessimo copione.

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