Un campo infestato di squali

Non si è protetti nemmeno sulla spiaggia, con davanti a sé una rete alta 220 cm (due metri esatti se in campo ci sono quattro donne, o se si gioca in otto), dall’“attacco dello squalo”. Lo shark attack, insieme al bicycle kick (rovesciata), è il simbolo del footvolley. Prende il nome dal suo inventore, Leonardo Fialho Salles, detto Leo Tubarão (“squalo”, per l’appunto, in portoghese), e trae ispirazione dallo squalo protagonista di un fortunato cartoon (Tutubarão, in inglese Jabberjaw) degli anni Settanta, prodotto da Hanna-Barbera. L’ataque do tubarão è uno smash che si fa, a testa in giù, con la pianta del piede: una vera prodezza tecnica, considerata l’altezza della rete. Qualche pericolo per la propria incolumità fisica, ma se la schiacciata riesce è un punto (quasi) assicurato per la propria squadra nel footvolley, una spettacolare variante di calcio e beach volley insieme.

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Il footvolley si gioca generalmente due contro due, come il beach volley, ma – oltreché quattro contro quattro – anche tre contro tre o uno contro uno. È vietato toccare la palla con le mani, le braccia e gli avambracci (si possono invece usare le spalle, oltre alla testa, al torace e alle ginocchia), e la sfera non deve toccare mai terra (non si può perciò colpirla al rimbalzo). Ciascuna squadra deve, prima di rispedirla oltre la rete, toccarla da una a tre volte; nessun giocatore può intercettarla, consecutivamente, più d’una volta (le regole ufficiali sono enunciate qui).

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Gli anni Novanta segnano l’ufficializzazione della disciplina, con la nascita di varie associazioni sportive: nel 1998 viene fondata la Confederação Brasileira de Futevôlei (CBFV), nel 2002 la Federação Internacional de Futevôlei (FIFv). Nel 2003 viene disputata, in Grecia, la prima Coppa del Mondo. Vi parteciparono, in aggiunta alla Grecia, altri 13 paesi: Austria, Brasile, Canada, Germania, Italia, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Svizzera, Thailandia, Uruguay (nel 2012 i paesi sono diventati 17).

Tutto merito dei “topi da spiaggia”?

Le origini del footvolley sono brasiliane. Nel 1962 Octávio Sérgio da Costa Moraes, ex attaccante del Botafogo, assieme ad alcuni ratos de praia (“topi da spiaggia”), ragazzi che passavano le giornate a giocare sull’arenile, per aggirare il divieto di disputare partitelle di pallone in spiaggia avrebbe cominciato a improvvisare campi da beach volley a Copacabana, all’altezza di Rua Bolivar, per introdurvi maliziosamente le regole del calcio. Qualche anno dopo (1967) un professore della Paraná Technical School di Curitiba, di nome Nubar Salibian (o, più probabilmente, Salibiam), avrebbe perfezionato il gioco.

Da Copacabana il futevôlei si sarebbe diffuso ad altri quartieri di Rio de Janeiro (da Leme a Ipanema), e successivamente in altre grandi e meno grandi – come Peruibe, nello Stato di San Paolo, nel 1975 – città brasiliane. Inizialmente si formavano squadre di sei elementi ciascuna (come nella pallavolo), oppure di cinque; la palla toccava però raramente terra, per l’abilità dei giocatori in tocchi e passaggi, e così le squadre si ridussero di numero fino ad arrivare all’attuale due contro due.

Il più grande giocatore di footvolley nella storia di questo sport? Renan Lemmers, nato e cresciuto da Copacabana. Parola di Leo detto “Squalo”.

di Massimo Arcangeli e Sandro Mariani