Ho conosciuto Severino Saltarelli grazie a Nicola Gelo, l’amico pianista che improvvisa temi musicali per i miei cortometraggi. Siamo andati a trovarlo a Piacenza per registrare alcune letture di poesie. Ho percepito una tenera diffidenza nei miei confronti ma che subito si è trasformata in fiducia e direi “abbandono”.

La mia piccola videocamera non è invasiva, sa rispettare le distanze, e soprattutto non giudica mai. Nato a Minturno “alcune decine d’anni fa” Severino era destinato a essere il secondo figlio geometra, una tradizione di famiglia, anche il nonno geometra e lo zio ingegnere edile. La passione per la recitazione lo spinge a Roma dove inizia a lavorare nel teatro sperimentale dal ’73 in poi. Non il teatro-immagine ma il teatro di parola, meglio: il teatro della grande letteratura non teatrale, la rappresentazione di autori come Lautréamont, Valéry, Kafka, Poe.

Affianca al lavoro teatrale anche incursioni nel cinema d’autore con registi del calibro di Peter Del Monte, Carlo Carlei e Silvano Agosti. La folgorazione di una vita resta Shakespeare, l’amore incondizionato, la dedizione alla parola, il riconoscimento di una realtà poetica appagante. Se fosse stato un personaggio di Fahrenheit 451, il capolavoro di Ray Bradbury, portato al cinema da Truffaut, Saltarelli avrebbe dato il suo contributo alla salvezza della cultura imparando a memoria i sonetti del poeta inglese. Severino è l’uomo-sonetto.

Conosce a memoria ogni sonetto di Shakespeare. Per motivi economici Severino ora vive nei pressi di Piacenza ma è una condizione che gli va stretta, ha ancora il fuoco dentro, e con la raggiunta maturità artistica sente di avere ancora molto da dare. E vuole mettersi in gioco sempre.

Per questo motivo un giorno mi ha chiamato al telefono e mi ha detto: ” Riccardo, vengo a Milano, andiamo in metropolitana a recitare Shakespeare, facciamo qualcosa di scoppiettante”. Perché no? Come rifiutarsi di portare la poesia nel sottosuolo? Da questa idea semplice, elementare, essenziale, è nato questo film che vi propongo. Non ho fatto altro che accendere la videocamera e seguirlo nella sua ispirazione tra cittadini metropolitani sfiancati dalla routine, ma ancora sensibili al richiamo vivo e lacerante della poesia, c’era forse chi lo prendeva per un pazzo, altri erano incuriositi ma distanti, ma le donne si sono lasciate avvicinare dalla sua parola recitante, hanno raccolto il suo dono: un sonetto di pura bellezza strappato al vizio della quotidianità, per disincagliarsi dalla narcosi tubolare della metropolitana. Consapevoli che non solo il sonno della ragione genera mostri ma anche il sonno della poesia.

Parafrasando Cioran: “In un mondo senza poesia il canto dell’usignolo sarebbe solo un rutto”. Buona visione.

Aforisma del giorno:
Siamo soli nell’universo. Anche gli alieni sono soli.

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