Allora: Carminati era il capo della mafia a Roma, Liggio a Palermo, Santapaola a Catania: signori assoluti delle rispettive città, padroni dopo Dio.

A Palermo i comunisti pensavano diversamente: Lima, i Salvo, Ciancimino, il potere dc, gl’imprenditori; ma erano comunisti e lo dicevano per pura cattiveria. A Catania Giuseppe Fava: i “cavalieri dell’apocalisse”, gli appalti, gli assessori. Ma era era un pazzo isolato e lo diceva per pura poesia.

Il vecchio “L’Ora” a Palermo, “I Siciliani”a Catania, stampavano queste cose: ma loro soli. Più facilmente, i giornali locali (e quelli nazionali, quasi tutti) difendevano Dc e cavalieri dalle orrende accuse: appalti regolarissimi, piani regolatori esemplari;  politici e capimafia sconosciuti a vicenda, per non parlare degl’imprenditori. E i morti ammazzati? E la giungla? Eh, delinquenza incontrollata, malavita: del resto non c’è più ordine, signora mia.

Arrivò Chinnici, arrivò Falcone, e Borsellino e Di Lello e tutti gli altri. Anno per anno e affare per affare buttarono giù la maschera ai veri capi. “Chiedo l’incriminazione del teste Andreotti per falsa testimonianza!” urlò l’avvocato antimafia nell’aula del tribunale. “I quattro maggiori imprenditori di Catania conquistano Palermo con la tolleranza della mafia” enunciò il generale antimafia, e telefonate frenetiche s’intersecarono sbigottite e feroci da palazzo a palazzo.

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A Palermo, giudici e poliziotti fedeli (che a Catania mancavano) colpirono non solo i mafiosi-killer ma anche i loro capi e mandanti: il “concorso esterno”, attaccato dai giornali perbene ma difeso dai magistrati, diventò l’incubo della borghesia mafiosa. All’altro capo dell’isola, se non giustizia, si conquistò almeno una verità: il potere mafioso è politico e imprenditoriale, i Cavalieri contano molto di più di Santapaola. Furono i ragazzi delle scuole, non i vari politici, a gridarlo per le strade: eppure alla fine divenne l’opinione comune. E adesso eccoci a Roma.

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A Roma, “i magistrati debbono scrivere le sentenze, non mettersi a fare comunicati!”. Davanti alle reazioni dei politici (questo era il povero Renzi) chi ha vissuto la Sicilia non può che sogghignare ironicamente. E’ l’identica stessa reazione (“Silenzio, entra la Corte!”) dei politici siciliani ai tempi loro. I giudici, ammesso che abbiano voglia di occuparsi di mafia (ammesso che la mafia esista, e che esista davvero proprio nella nostra città), si occupino dei singoli reati, e non s’azzardino a indicare da che cosa derivano, che cosa gli sta dietro. Sennò sono – secondo i tempi – o “antipolitici” o “comunisti”.

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I politici (a parte quelli proprio punciuti, che sono un discorso a parte) in genere tendono a ignorare la mafia, o quando questo è impossibile a ignorarne comunque la funzione politica, il potere. Per i vari Renzi e Fonzi, ovviamente, ciò non è affatto strano. Per i nazifascisti, da Alemanno a Salvini, è solo questione d’affari. Ma la sinistra? I compagni, quaggiù in Sicilia, erano nati combattendo contro i mafiosi, servi dei latifondisti e nemici spietati dei contadini. Più di cento ne abbiamo perso, in questa guerra, generazioni prima di Falcone. Al quale, per ingiuriarlo, davano abbondantemente del “comunista”. E ora? Com’è andata a finire?

A parte i tradimenti individuali, che sono molti, a parte i tradimenti collettivi (Lega Coop, ad esempio), che non son pochi, s’è persa completamente la visione sociale della lotta alla mafia, l’idea che sia una lotta politica e non solo una cosa da Procure. Colpisce moltissimo, nel dibattito di questi anni (non privo di novità: i vari ‘no’, le rifondazioni, le altre Europe) l’assenza quasi totale di ogni riferimento ai poteri mafiosi. Come se La Torre o Licausi non fossero mai esistiti, come se Peppino Impastato fosse un monumento.

Io me li ricordo benissimo, gli anni di Peppino. Non è vero – come dice la favola – che alla fine il popolo si commosse. I cinisani restarono mafiosi, dall’inizio alla fine, e lo sono probabilmente tuttora. Certo, non c’erano solo loro: a Partinico, a pochi chilometri, l’antimafia era forte e popolare. Quanto ai compagni “politici”, erano impegnati sì, ma su altre cose: indiani metropolitani, problemi del “personale”, grandi e lontane rivoluzioni: battersi contro il boss del paese, come Peppino, era decisamente sorpassato. Non furono moltissimi quelli che restarono con lui, prima durante e dopo. Poi venne, per altre vie, la nuova antimafia di massa, i nuovi movimenti (anni ’80 e ’90). E tutto ricominciò. Ma sui rivoluzionari senza antimafia io resto profondamente diffidente.

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A un certo punto l’antimafia per certuni diventò pure un mestiere. Non esattamente un’industria, per carità; ma insomma qualcosa che non danneggiava la carriera (niente a che vedere, quindi, coi vecchi “professionisti dell’antimafia” di Sciascia che erano semplicemente, secondo il giornale piduista per cui Sciascia scriveva, gli antimafiosi conseguenti). Un’antimafia fra virgolette, anche quando era perbene.

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Fu allora che cominciammo, per evitar confusioni, a parlare di antimafia sociale (cosa in fondo pleonastica, dal momento che se non è sociale l’antimafia non si vede che cosa mai possa esserlo).

A palazzo la mafia, che prima “non esisteva”, a un certo punto ufficialmente diventò “di merda”. Peccato che a dirlo fosse Cuffaro il quale, fra una battuta e l’altra, finì in galera. Gli successe Lombardo, anche lui ferocissimo nemico dei mafiosi e anche lui – sicuramente per equivoco – alla fine indagato.

Crocetta, eccentricamente per un presidente siciliano, non è indagato: ma ha messo parecchia acqua nel vino della sua antimafia originaria, succedendo linearmente – ne era stato fra i principali sostenitori – al suo predecessore Lombardo, succeduto a sua volta fraternamente e senza intoppi a Cuffaro.

Ma neanche questa catena di successioni, politicamente significantissima, è valsa a dar dignità politica – nelle strategie delle varie sinistre – alla questione mafiosa.

In Sicilia, l’antimafia di palazzo raggiunse per virtù religiose e civili, e per buona o cattiva effettività di potere, i fasti della vecchia Dc.

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Lumia ispiratore di Crocetta, Alfano alleata di entrambi, il catanese Bianco, categoricamente democratico nelle interviste ma cementizio quanto a strategie, divennero, sulla stampa ammessa, la faccia nuova della Sicilia: l’”antimafia”,appunto.

Parallelamente, si rinnovava anche la categoria tradizionalmente più collusa in Sicilia, quella dei costruttori.La Confindustria siciliana, rinnegando il “pizzo” (prima tranquillamente erogato), diventava ipso fatto un baluardo, pure lei, di ”antimafia”, con diritto al silenzio su tutti i tradizionali traffici, non di molto variati.

Commemorazioni commosse, accoglienze solenni a tutti i buoni notabili d’Europa, virtuose presentazioni di libri, querele a chiunque insinui che qualche familiare di mafiosi possa a volte votareper la bianca “antimafia” ormai imperante. Su tutto, la coltre antimafiosissima d’un Ciancio, col suo monopolio di cronaca per diritto divino, imparzialmente ospitante scrittoresse d’Arcadia e boss di Cosa Nostra, sia fuori che dentro le patrie galere.

Non fa meraviglia che a un certo punto tutta questa “antimafia” abbia cominciato a far sorridere, e che qualche tradizionale flautista del regime (i vari Merlo e Buttafuoco, “sinistra” e “destra”) abbia opportunamente cominciato a soloneggiarci su, magari dalle pagine da integerrimi ma smemorati fogli d’opposizione.

L’antimafia, quella vera, frattanto continua – business as usual – a lavorare.

Non è un lavoro facile, non lo è mai stato ma adesso è più complicato del solito. I motivi sono due, uno riguarda noi stessi e uno la situazione generale del Paese.

Per la maggior parte della nostra storia, noi abbiamo lottato in un Paese prevalentemente civile e sotto istituzioni (complessivamente) democratiche. Entrambe queste condizioni non ci sono più.

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Sullo stato civile del Paese ci sarebbe molto da dire. La sostanza è questa: i mafiosi e i fascisti (e i rinnegati “di sinistra”) che hanno organizzato  la mafia a Roma hanno potuto contare non solo sulle loro capacità criminali, ma anche su una comunanza di valori con una parte del popolo romano. Così, quando hanno avuto bisogno di una “manifestazione spontanea” contro gli zingari, per i loschi affari loro, è bastato un fischio e la manifestazione c’è stata. Non solo con i razzisti professionali di Casa Pound e roba del genere, ma anche con la gente comune, le madri di famiglia, la ggente. Questo, Mussolini non era mai riuscito ad ottenerlo.

C’era riuscito Hitler, c’era riuscito lo zar dei primi pogrom, ma in Italia una cosa del genere s’era vista solo in posti marginali e isolati, tipo la Corleone anni ’50 o qualche paesino della Calabria profonda.

Ora succede a Roma, succede in Lombardia, nelle zone già “civili” del Paese. La mafia fa da veicolo, e veicola a sua volta, a modelli pre-democratici o apertamente fascisti.

Non è successo all’improvviso ma in una progressione durata oltre dieci anni, con partiti moderatamente fascisti come la Lega Nord (la cui popolarità non a caso va crescendo ora) e con solidarietà e tolleranze – classicamente – di forze “responsabili” e “moderate” e a volte persino (il caso di Grillo) “sovversive” e “ribelli”.

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La crisi economica, come sempre, ha fatto il resto. In assenza di una sinistra combattiva a difesa dei ceti poveri,  gran parte di questi ultimi – Weimar – sono finiti a destra.

Il sindacato, che ora finalmente si batte ed è anzi l’ultimo riferimento democratico rimasto, ha responsabilità gravissime per  un’assenza durata vent’anni.

Il risultato è che il nazismo e la mafia ora hanno una, non maggioritaria ma significativa, base di massa in Italia. Tra Falcone e Heider, oggi molta gente sceglierebbe tranquillamente il secondo.

Falcone non è più solo, pertanto, l’operatore di una giustizia “tecnica” nel quadro di uno Stato civile, ma il punto di riferimento di un’infinità di rivendicazioni, di dolori, di oppressioni, di attese, che a uno a uno bisognerà raccogliere – non lo fa nessun altro – e che ci accollano dunque, in quanto antimafia sociale, un’enorme supplenza. Siamo Peppino Impastato a Cinisi: anti­mafia, sinistra, libera informazione: tutto.

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La disoccupazione generale sopra il tredici per cento. Il presidente di una commissione parlamentare che la dirige da casa in quanto ai domiciliari per condanna penale. I neonazi che cantano a squarciagola “Anna il forno ti aspetta”. I padroni proclamati tout-court “gli eroi del nostro tempo”. Il quarantatrè per cento dei giovani senza lavoro. La Lombardia che chiede l’esercito (Bava Beccaris?) contro gli abusivi. Il record degli emigranti annegati (3.419 nel 2014) di cui nessuno si fotte. L’altra statistica di cui non frega niente a nessuno, gli ottantacinque miiardari (rapporto Oxfam) dal reddito equivalente a metà dell’intero pianeta. I cinque anni in meno di vita (secondo Inmp) dell’operaio medio rispetto al suo medio dirigente. I lavoratori che – secondo il premier – “cercano scuse per scioperare”. I centouno ammazzaprodi richiamati alle armi per scegliere il nuovo Re d’Italia, la carica di Presidente essendo ormai abolita da vari anni). I trentasei ragazzini cacciati a furor di popolo da casa loro, dal rifugio di legge in cui vivevano in pace. I cento giovani ariani – più disgraziati di loro – che gli urlavano contro, bravi piccoli hitlerjugend d’Italia.

E, naturalmente, la mafia.

Tutto ciò, a quanto sembra, è ormai prevalentemente affar nostro. Nostro, come negli anni ’20, non di un partito o di una terra, ma di una generazione. Molti, pochi? Non lo sappiamo, e non ha poi tanta importanza. I comunisti, i gobettiani, gli antifascisti veri e non retorici, furono poche migliaia in quel momento; ma furono sufficienti.

Tutto ciò, a quanto sembra, è ormai prevalentemente affar nostro. Nostro, come negli anni ’20, non di un partito o di una terra, ma di una generazione. Molti, po­chi? Non lo sappiamo, e non ha poi tanta importanza. I comunisti, i gobet­tiani, gli antifascisti veri e non retorici, furono po­che migliaia in quel momento; ma furono sufficienti.

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Ecco, uno dei motivi che ci renderanno difficile il 2015 ve l’abbiamo detto. Ma non erano due, i motivi? Dov’è l’altro?

L’altro motivo è che siamo ragazze e ragazzi comuni (qualcuno un po’ più grande degli altri…), dei precari dunque. Non siamo affatto sicuri di riuscire a portare a termine entro oggi quel che dovevamo finire per stasera, di poter scrivere il pezzo, di poter dare gratis le dieci ore di lavoro di cui abbiamo assoluto bisogno per campare.

Abbiamo la più alta percentuale di camerieri, distributori di pubblicità, fotografi di matrimoni, pizzaioli avventizi e quant’altro di tutta la storia giornalistica mondiale. Tuttavia siamo ragionevolmente convinti di vincere, anzi a dire la verità ne siamo del tutto certi.

Perché sappiamo benissimo – nei momenti in cui abbiamo il riposo e la calma per ragionare – che vincere o no, alla fine del gioco, dipende solo da noi. Abbiamo le risorse umane (provate a vedere quanta gente è passata dalle parti dei Siciliani e dintorni in tutti questi anni), abbiamo uno strumento efficiente, il nostro tipo di giornalismo, e abbiamo una “politica” molto più concreta e realista delle altre, vale a dire l’antimafia sociale. Abbiamo solo un problema, l’estrema difficoltà di stare uniti (noi qui diciamo fare rete). Ma è un problema comune a tutti i pezzi di avvenire.

Fidarsi ciecamente l’uno dell’altro, coordinarsi le mosse, imparare a vicenda, fare il più gran spettacolo del mondo, volare insieme, alla fine. Impossibile? Eppure, tutti gli acrobati lo fanno.