Dopo giorni di indiscrezioni su una presunta trattativa tra il governo italiano e New Delhi è arrivata, per così dire, la doccia gelata. Dall’India hanno infatti chiarito che sui due fucilieri a pronunciarsi dovrà essere la magistratura, perché la vicenda “non è solo una discussione fra due esecutivi”, come ha suggerito il portavoce Syed Akbaruddin.

E i nostri che avevano creduto di sfangarla con l’ausilio di qualche velina e una sparata qua e là del ministro Pinotti, tanto per strappare qualche titolo patriottico e sciovinista sui giornali e mostrare i muscoli ad un Paese che, postilla, ha l’atomica. In ogni caso, dopo circa tre anni di tira e molla, promesse non mantenute e rancori maturati tra le segrete stanze della diplomazia, è giunto il momento di fare un po’ d’ordine politico e procedurale in questo caos di dichiarazioni e sentenze mediatiche cominciato il 15 marzo del 2012.

L’attracco. Cominciamo dal giorno in cui la petroliera Enrica Lexie ha invertito la rotta. In Italia era passata da poco l’ora di pranzo e il comandante Umberto Vitelli assecondava le richieste della guardia costiera indiana attraccando nel porto di Kochi, in Kerala. In molti lo hanno definito il “peccato originale“, poiché l’ingresso in acque indiane avrebbe favorito l’arresto dei due militari. L’errore risale all’approvazione di un decreto poco chiaro, varato nel luglio del 2011 dall’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, che prevedeva inopinatamente militari su navi civili senza però stabilire le linee di comando.

La perizia. Dopo il trasferimento dei fucilieri nel carcere ordinario di Trivandrum spunta la perizia balistica che scagionerebbe i due militari italiani. In realtà si tratta di una bufala clamorosa che diversi quotidiani italiani danno come oro colato. A redigerla è Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica e ingegnere improvvisato (perché non risulta iscritto nell’albo degli ingegneri). Il lavoro è un collage di stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube e fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2. Inoltre, presentato come tecnico super partes, in realtà Di Stefano si scopre presto un dirigente di Casapound, con il quale anima anche un “comitato pro-Marò”, mentre suo figlio Simone è allora il candidato dei neofasci alla presidenza della Regione Lazio. Lo sbugiarda per primo Matteo Miavaldi sul blog del collettivo di scrittori di Wu Ming.

Chi ha sparato. Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno sempre negato di aver sparato contro i due pescatori indiani. Così come la stessa Marina Militare, ma è l’ex inviato speciale Staffan de Mistura a far chiarezza sull’episodio, quando il 18 maggio, parlando a un tv locale, ammette che “la morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito. I nostri marò hanno sparato in acqua dei colpi di avvertimento, che però sono andati nella direzione sbagliata”. Più recente è invece l’urlo di Girone, durante una videoconferenza da Delhi per la festa del 2 Giugno: “Abbiamo ubbidito a un ordine”. Di chi? Secondo alcuni giunse da Gibuti, dove sono schierati un’ottantina di Fanti di marina del Reggimento San Marco. Gibuti, per la precisione, è un avamposto militare fantasma del nostro Paese, non ancora riconosciuto dal Parlamento italiano.

La giurisdizione. Acque internazionali o no? Vale la seconda. Oggi la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero. I dati Gps sono depositati presso il tribunale di Kollam: la petroliera italiana il 15 febbraio si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta “zona contigua“, entro le quali è diritto di uno Stato, in questo caso l’India, far valere la propria giurisdizione.

L’accordo extragiudiziale. Si trattò di un’intesa informale firmata davanti all’Alta Corte del Kerala, che prevedeva una donazione ‘ex gratia’ di 10 milioni di rupie, circa 150mila euro, per ciascuna famiglia da parte del nostro Paese. Ma a cosa servì? A nulla, se non a far irrigidire la Corte Suprema, che parlò di “una sfida inammissibile al sistema giudiziario indiano”. Tanto per capirci, i giudici indiani lessero la transazione come un tentativo disperato di corrompere l’opinione pubblica locale in vista delle elezioni.

Arbitrato internazionale. Qui, prima di tutto, va fatta una precisazione: nessuno ha compreso fino ad ora cosa sia questo arbitrato internazionale. Per deduzione, è probabile che si faccia riferimento all’istituto previsto dalla Convenzione di New York del 1958, anche se c’è da capire come verrà costituito l’istituto. Insomma, chi sarà chiamato ad arbitrare. L’Onu si è già tirata indietro, parlando di “questione bilaterale”. Fatto sta che la procedura non è ancora stata attivata, perché Matteo Renzi sa bene che con l’arbitrato i tempi si allungherebbero notevolmente. Insomma, siamo ad un ‘exchange of views‘ (scambio di vedute), come confermato ad agosto dallo stesso sottosegretario Della Vedova.

Come stanno i nostri marò. Non benissimo, dicono. Ma neanche malissimo. Va infatti precisato che i nostri due fucilieri di Marina non hanno quasi mai passato un giorno in cella durante la loro permanenza in India, a differenza – per fare un esempio – di altri due connazionali, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, detenuti da quattro anni nelle carceri indiane anche loro con una condanna per omicidio. Dopo il loro arresto, Latorre e Girone sono stati trasferiti inizialmente in una guest-house, per poi traslocare nella sede dell’ambasciata italiana a New Delhi quando il caso è passato nelle mani dell’amministrazione centrale. Li, di vita notturna, ne hanno fatta. O almeno così hanno raccontato alcuni media locali, che li hanno descritti “ospiti quotidiani di uno dei più noti club privati ​​di New Delhi a degustare il delizioso menu dello chef Ritu Dalmia”, il “nostro” Joe Bastianich, per intenderci.