L’ultimo rapporto annuale del Censis pubblicato a dicembre, ci descrive come “società delle sette giare”, un sistema “liquefatto”, in cui crescono paralleli i disagi a diversi livelli e raramente dialoganti tra loro, in uno scollamento tra nuovi disagi e istituzioni distanti.  Una situazione in cui crescono le distanze, il “sommerso” e un individualismo aziendale che esalta fino al parossismo la competizione, impedendo, al contempo, un virtuoso gioco di squadra.

Nello scorso ottobre, il Rapporto Svimez 2014, nel commentare l’ennesimo anno di crisi a due marce per il nostro Paese, non esita nel parlare di un “Sud a rischio desertificazione umana e industriale, dove si continua a emigrare (116 mila abitanti nel solo 2013), non fare figli (continuano nel 2013 a esserci più morti che nati), impoverirsi (+40% di famiglie povere nell’ultimo anno) perché manca il lavoro (al Sud perso l’80% dei posti di lavoro nazionali tra il primo trimestre del 2013 e del 2014); l’industria continua a soffrire di più (-53% gli investimenti in cinque anni di crisi, -20% gli addetti); i consumi delle famiglie crollano di quasi il 13% in cinque anni; gli occupati arrivano a 5,8 milioni, il valore più basso dal 1977 e la disoccupazione corretta sarebbe del 31,5% invece che il 19,7%”.

Una situazione che richiede interventi tempestivi, non procrastinabili, per ridurre anziché acuire il divario tra le eterogenee realtà economiche e sociali del Paese.

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Il Rapporto Svimez allarma ma, soprattutto, preoccupa. Preoccupa perché le contromisure prese per ridurre le spaventose differenze tra Nord e Sud sono quelle che emergono nelle tabelle che riporto qui: riduzione degli aiuti alle imprese (-80,5% al Sud) e riduzione progressiva degli investimenti pubblici che vede il Sud a un terzo quasi rispetto alla media nazionale.

Cito ancora il Rapporto Svimez: “Alla riduzione dei trasferimenti dello Stato, arrivata nel Sud al -35,5% dal 2007 al 2013, si è contrapposto, nello stesso periodo, un forte aumento delle entrate tributarie, +35,8%. Nel 2013, in violazione della Costituzione, i trasferimenti erariali risultano maggiori nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno”.

Le logiche territorialiste alimentano le disuguaglianze. Occorre tener fede alla logica con cui è stato concepito il “fondo perequativo”, che consente di rimediare alle disparità tra le varie aree del Paese in ragione dei fabbisogni standard relativi alle funzioni fondamentali.

La desertificazione umana, dal 2001 al 2011, è consistita nella migrazione dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord di oltre 1 milione e mezzo di persone, di cui 188 mila laureati. Risorse formate su un territorio che le sperpera lasciandole fuggire nel Nord del Paese o all’estero.

La crisi occupazionale, poi, ha colpito, come è ovvio, principalmente le regioni meridionali, visto che delle 985mila persone che in Italia hanno perso il posto di lavoro, ben 583mila sono residenti nel Mezzogiorno.

Lasciare il Mezzogiorno alla deriva come si sta facendo – basta guardare alle recentissime scelte operate negli investimenti relativi alle ferrovie (98,5% al Nord e 1,5 a Sud di Firenze) e le scuole (solo il 5% al Sud), o le riduzioni dei cofinanziamenti per i fondi comunitari – è la scelta più semplicisitica: forse si ritiene che, rafforzando le aree più sviluppate, intese come locomotore del Paese, si possa rimediare efficacemente agli effetti della crisi.

Queste convinzioni obsolete trovano sono in forte antitesi con le conclusioni del rapporto Svimez, secondo cui le politiche centrali stanno deprimendo la capacità di spesa nelle regioni meridionali e una domanda meridionale così depressa ha inevitabili effetti negativi sull’economia delle regioni centrali e settentrionali. Un Sud impoverito a dismisura compra di meno i prodotti del Nord.

Visto lo scenario del Mezzogiorno, sempre più ridotto a un barcone che vaga alla deriva nel cuore del Mediterraneo, non sorprende che si moltiplichino le crisi aziendali, le chiusure traumatiche di stabilimenti che fino a pochi anni fa costituivano il fiore all’occhiello del tessuto produttivo.

Come lo stabilimento Om carrelli di Bari, che in questi giorni ha fatto parlare di sé nelle cronache. Sono a rischio 200 posti di lavoro. Il loro reimpiego è oggetto di trattative con la Regione. Si sperava in un intervento di riconversione da parte della piemontese Metec. Che pare sia sfumato, secondo quanto si apprende in queste ore.

In uno scenario come questo non deve sorprendere che spaventi tanto perdere il proprio lavoro. La flessibilità tanto desiderata – per i licenziamenti – non ha alcuna controparte per consentire a chi perda il proprio lavoro in età avanzata di ricollocarsi trovando nuova occupazione. La sbornia darwinista-giovanilista in atto in Italia non permette di pensare a quanti vengano a trovarsi in simili situazioni a 50 anni con una famiglia a carico.

Per cui, il vero terrore, è quello di perdere il lavoro in via definitiva; e, con quello, le tutele, fino a diventar parte della “maggioranza invisibile”, di cui parla Emanuele Ferragina.