Sette anni per estorsione a Ernesto Luciano e a Giovanni Formicola. Quattro anni e sei mesi per Vallefuoco. Queste le pene maggiori, contenute nel dispositivo della sentenza letta questa mattina dal Presidente del Collegio, il giudice Massimo Di Patria. Si conclude dopo più d’un anno il primo processo nato dall’indagine “Vulcano” del Ros di Bologna sulla presenza camorristica tra riviera romagnola e Repubblica di San Marino, che nel febbraio 2011 portò inizialmente al fermo di 10 persone per estorsione e usura aggravata dal metodo mafioso. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, in quest’area operavano tre gruppi criminali, legati a clan di camorra e a casalesi, i quali, sfruttando lo schermo legale difinanziarie sammarinesi (la Fincapital, ora in liquidazione), società di recupero credito e rapporti con stimati professionisti, prestavano denaro a strozzo ed estorcevano gli imprenditori in crisi, presumibilmente allo scopo di impossessarsi delle loro attività economiche.

Romagna 640

Per la maggior parte degli imputati il pubblico ministero della Dda di Bologna Enrico Cieri aveva chiesto pene dai 4 agli 8 anni per aver commesso estorsione nei confronti di alcuni imprenditori della zona, evocando l’appartenenza e la vicinanza a clan di camorra e ai casalesi. Tra le vicende, era stato ricordato il pestaggio “dimostrativo” avvenuto nel capannone di San Marino, la convocazione al bar di Miramare al cospetto di Zio Peppe, lepercosse da parte di Formicola all’esterno dell’albergo riminese Quo Vadis, le “visite” degli imputati al negozio di un’imprenditrice, a pochi passi da viale Ceccarini a Riccione). Per quanto riguarda il reato di usura aggravata da metodo mafioso, invece, era stata richiesta l’assoluzione per tutti, in quanto durante il processo non era stato possibile provare il fatto (una delle vittime, Luigino Grassi, non si è nemmeno mai presentata per testimoniare).

Durante la requisitoria il pm aveva ricordato inoltre la difficoltà e gli errori di coordinamento nel gestire le varie indagini che si erano susseguite ed incrociate fra loro, tra Bologna e Napoli, arrivando così a processi frazionati tra loro davanti ai vari Tribunali (in questo, in giudizio abbreviato erano già stati assolti Iavarazzo, Platone, Bacciocchi ed Esposito, condannato il solo Luciano Luigi, fratello dell’odierno imputato). Pertanto, mentre a Bologna si attende l’esito dell’udienza preliminare dove ad essere contestato a decine di imputati – molti dei quali condannati stamattina – è il più grave reato di associazione di stampo mafioso per fatti commessi dal 2008, la sentenza letta quest’oggi riguarda solo una minima parte di quelle stesse vicende, a cavallo tra settembre 2010 e febbraio 2011. Da qui parte delle difficoltà (altre dovute al fatto che molte vicende, erano avvenute a San Marino, Stato estero) nel provare e chiedere pene più elevate. Sono stati, infatti, assolti da tutti i capi d’imputazione i sammarinesi Raimondi Leonardo e Zavoli Roberto, oltre a Gallo Amedeo e Di Fonzo Antonio).

A prescindere da una valutazione sulle singole condanne inflitte dai giudici del Tribunale di Rimini, si tratta comunque di un’importante pronuncia (dopo quella di Luglio su “Titano” per riciclaggio di denaro sporco) che, in attesa di leggere le motivazioni e aspettando Vulcano II e i successivi gradi di giudizio, per il momento riconosce anche livello giudiziario la presenza, tra la riviera romagnola e la Repubblica di San Marino, di soggetti inseriti nel settore economico-finanziario della zona, pronti a minacciare imprenditori locali senza timore di ricorrere a metodi violenti e tipicamente mafiosi. Come spesso accade fuori dalle regioni di originaria presenza mafiosa, ad essere contestato è l’art. 7 della L. 203/91, la cosiddetta aggravante mafiosa, ma non il 416 bis. Come dire: a Rimini e San Marino c’è il metodo mafioso, ma non la mafia. Continui ed espliciti, infatti, erano i riferimenti di alcuni degli imputati ad ambienti camorristi o casalesi, all’evidente scopo di intimorire maggiormente le vittime.

All’epoca gli arresti suscitarono scalpore, generando soprattutto imbarazzo tra le categorie professionali e un’intera classe politica che fino a quel momento aveva sempre taciuto o minimizzato il pericolo della presenza mafiosa in Emilia-Romagna.

di Patrick Wild