Il risultato più importante di un confronto tra due persone con opinioni diverse è sicuramente l’arricchimento in termini di conoscenze e di capacità critica di entrambi gli interlocutori. Se questo confronto, poi, è pubblico, il risultato si moltiplica tante quante sono le persone presenti ad ascoltare e se l’argomento, per di più, è di interesse storico e culturale, il confronto in questione diventa, a mio parere, un grande segno di civiltà.

Per questo motivo sono rimasta molto delusa dal rifiuto del professor Giovanni Fiandaca in merito alla sua partecipazione al confronto pubblico sulla Trattativa Stato-mafia che era stato organizzato due giorni fa a Palermo dopo la proiezione del film “La Trattativa”, di Sabina Guzzanti. A voler essere precisi, in realtà, questo è il secondo “no” che abbiamo incassato dal professore ed ex candidato per il Partito Democratico alle ultime elezioni europee: la prima volta, mesi fa, gli era stato proposto un confronto con il giornalista Marco Travaglio ma fu rifiutato. A quel punto si è pensato ad un interlocutore che potesse parlare il suo stesso “linguaggio” tecnico e, per questo, è stato contattato l’avvocato Fabio Repici, legale di diversi familiari di vittime di mafia e, soprattutto, legale del colonnello Michele Riccio, uno dei principali testimoni del processo Trattativa e del processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Ma anche questa volta il professore ha rifiutato.

L’incontro, quindi, si è svolto con la sola presenza – tra i giuristi – dell’avvocato Repici che, per la prima volta pubblicamente e con argomentazioni giuridiche, ha esposto un parere decisamente differente da quello che il professor Giovanni Fiandaca aveva dato attraverso la pubblicazione del libro scritto a quattro mani con Salvatore Lupo e che era diventato, come l’ha definito ieri Fabio Repici, “il totem di quelli che fino a ieri erano negazionisti ed oggi si sono trasformati in giustificazionisti.

Secondo Repici, il tema è stato discusso finora in modo fuorviante, sia in termini di fatto che in termini giuridici. Rispetto ai fatti, non starebbe in piedi l’ipotesi che sia stato “lo Stato” a trattare con Cosa Nostra. Se fosse stata un’operazione di Stato e dello Stato, almeno uno dei ministri dell’epoca, o il presidente del Consiglio o della Repubblica avrebbero dovuto rivendicare quella Trattativa e il generale Mori avrebbe dovuto dire “siamo stati mandati da…”. Invece niente di tutto questo è successo, anzi, i politici dell’epoca si sono affrettati a negare qualsiasi coinvolgimento.

Sul piano giuridico, invece, le teorie del professore invocano una presunta insindacabilità della Trattativa sulla base del fatto che lo Stato, all’epoca, fosse in presenza di una condizione che necessitasse quegli accordi. Il famoso “stato di necessità”, quindi, previsto nel nostro codice penale all’articolo 54 e che afferma che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo“. Lo stato di necessità, quindi, prevede che la situazione di pericolo sia attuale, quindi oggettiva, e che non sia altrimenti evitabile.

Fabio Repici ricorda che la mafia aveva iniziato a compiere omicidi eccellenti in Sicilia nel lontano 1979: poliziotti, carabinieri, magistrati, deputati, cittadini, in cinque anni Cosa Nostra aveva abbattuto le massime istituzioni della città di Palermo e della regione eppure nessuno si era mai sognato di chiedere che venisse applicato uno stato di necessità, accettando quindi un qualsiasi tipo di accordo con i capi di Costra Nostra. E, a proposito di situazione oggettiva, lo Stato era davvero in una condizione di debolezza rispetto alla mafia? Secondo Repici, con la vittoria del maxiprocesso, l’introduzione della legge sui pentiti, le intuizioni di Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia, tra cui la proposta di legge sul carcere duro e la rotazione delle sezioni della Cassazione, lo Stato stava vincendo la guerra contro la mafia. Quanto al pericolo non “altrimenti evitabile”, il legale del colonnello Riccio si chiede se, con le informazioni allora in mano alle forze dell’ordine (sicuramente in mano al Ros), tramite le quali si era deciso di avvicinare Vito Ciancimino, non si potessero invece seguire altre strade, come per esempio quella di un pedinamento dei due Ciancimino.

Fabio Repici ha concluso affermando che le teorie di Giovanni Fiandaca potrebbero essere smentite da qualunque manuale di diritto, probabilmente anche dal suo. Sarebbe stato interessante, soprattutto per la platea composta per lo più da studenti di giurisprudenza, ascoltare la controreplica del professore. Un’occasione persa.