Cara Camusso, le spiego perché oggi non sarò a manifestare e perché non vedrà giovani laureati alla manifestazione. Non è perché i giovani siano entusiasti di questo jobs act, ma perché siamo un esercito di persone che non sa cosa sia il diritto allo sciopero. Contratti a progetto, nuove partite Iva, e i mille modi di chiamare quello che viene etichettato genericamente da voi “precariato”, ma che per noi è semplicemente l’unico modo di lavorare che esiste.

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Se non saremo in piazza con la Cgil e la Uil, cara Camusso, non è solo colpa dei governi che si sono presi gioco di noi, uno dopo l’altro, senza grosse distinzioni, ma è anche colpa vostra. Il compito del sindacato infatti è, o dovrebbe essere, anche quello di difendere chi il lavoro non ce l’ha o il cui lavoro non è riconosciuto per quello che vale. Nessuno di questi precari può permettersi infatti il “lusso” di scioperare. So bene che chi sciopera fa un sacrificio, e rinuncia per una causa in cui crede al compenso della giornata di lavoro, ma c’è la fondamentale differenza tra questi lavoratori e i nuovi lavoratori.

La differenza è che quando il giorno dopo il lavoratore tradizionale torna al suo ufficio trova ancora la scrivania al suo posto. Se scioperasse un precario il giorno dopo la sua scrivania la troverebbe occupata da un altro ragazzo, un giovane come lui, e non potrebbe farci nulla. Per chi invece lavora come libero professionista (e, cara Camusso, non parlo di notai o manager ma di persone normali, che spesso guadagnano meno degli operai) perdere un giorno di lavoro per uno sciopero significa perdere dei clienti che dal giorno dopo si rivolgerebbero senza nessun problema a un altro giovane professionista.

La cosa drammatica non è tanto che qualche migliaio di ragazzi non sarà in piazza oggi, ma che anche scioperare è ormai un lusso per pochi. Si ricordi, cara Camusso, che la sua è una responsabilità grande perché quando il lusso di scioperare sarà della minoranza avremo un serio problema di democrazia. E allora auguro un buono sciopero, a chi può ancora permetterselo.