No, non voglio sentire la storia delle mele marce. Se un paese in un solo anno riesce a far esplodere tre bubboni come l’Expo di Milano, il Mose di Venezia e Mafia Capitale, per non parlare di tutte le altre iscrizioni nell’elenco degli indagati di politici e di loro manutengoli, (e per favore non si tiri fuori, la presunzione di innocenza, altro grande mantra dell’italica ipocrisia), se un paese con questo curriculum pensa seriamente di candidarsi per ospitare le prossime Olimpiadi, be’ allora…. Oltre all’onestà questo paese ha perso anche, totalmente, il senso della vergogna.

Se qualcuno la sera del 10 dicembre, ha visto Otto e mezzo, la trasmissione di Lilli Grubner, avrà “ammirato”; l’educato disprezzo con cui il giornalista tedesco presente parlava dell’Italia e la garbata ma ferrea intransigenza con cui esprimeva i suoi giudizi. Ma di quello che gli altri dicono di noi, che ce ne importa? Non li sentiamo nemmeno. E non ci passa per la testa che il problema non è quello che gli altri dicono di noi, ma che noi non ci accorgiamo – o non vogliamo accorgerci – che hanno ragione.

E questa sordità è di tutti. Perché sì, sarà pure vero che non tutti i politici sono corrotti, che non tutti i funzionari prendono la mazzetta, che non tutti i professori si vendono gli esami e non tutti i medici operano le vecchiette “con scarse aspettative di vita” per avere i rimborsi della regione; sarà pure vero che c’è qualche centro di identificazione per rifugiati e immigrati che funziona decentemente e che c’è qualche cooperativa che spende per i rom i soldi che per i rom riceve. Ma se questa gente per bene c’è, dov’è? Non parla, non protesta, non dice nulla. Secondo l’aurea regola della moralità pubblica italiana,“si fa i fatti propri”.

Non importa se le mele putride sono tutti, la metà, un quarto, un decimo. Ciò che importa è che nessuno sente più la puzza del marciume, ci siamo assuefatti; o, se non assuefatti, abbiamo imparato a fingere di non sentirla, per “evitare guai peggiori”.

Non è questione di moralismo. E’ chiaro che delinquenza, anche organizzata, c’è in tutti i paesi come in tutti i paesi ci sono politici venali e funzionari in vendita. Ma in Italia la delinquenza fa sistema con la politica e le istituzioni, controlla gangli vitali, centri decisionali e centri di spesa; e la disonestà è lo strumento, accettato, di una egemonia culturale il cui valore positivo riconosciuto come supremo è:arricchirsi. E infatti chi non fa i soldi è considerato un poveraccio, un incapace, quando non un cretino: incarna cioè la parte negativa dell’umanità. L’Italia di oggi assomiglia al Messico che visitavo regolarmente una decina di anni fa: oggi il Messico è sostanzialmente governato dalle bande di narcotrafficanti. Ma non c’è da menarne scandalo. Il Messico sta progressivamente adeguando la sua struttura istituzionale alla sua realtà economica e sociale.

L’Italia seguirà questo esempio? O ha la capacità di reagire? Purtroppo la struttura culturale alla quale gli italiani si richiamano per regolare la propria vita civica è ancora e sempre il familismo e i suoi derivati perversi: il clientelismo e la cosca. Tradotto in termini quotidiani questo significa concepire la cosa pubblica come una sorta di proprietà privata: quando riesci a impadronirti di un pezzo di essa, puoi farci ciò che ti aggrada, come privatizzarlo, cementificarlo, appaltarlo e subappaltarlo, usarlo per sistemare tuo cugino, perché suo padre, tuo zio, deve farti un grosso favore anche lui a te…Ma qualsiasi uso tu ne faccia, deve essere sempre a vantaggio tuo e dei tuoi o di chi ti può restituire il favore; e chi se ne importa del bene comune!

Certo, se ne potrebbe uscire. Ma ci vorrebbe una fermezza di roccia, una capacità quasi eroica di non farsi coinvolgere e al tempo stesso un’abilità mediatica eccezionale per rendersi visibili e non tacitabili. La vicenda del Movimento Cinque Stelle ha mostrato com’è difficile.

Perché in questo nostro svergognato paese chi è che dà veramente fastidio è chi non si fa i fatti propri.