Chi spera che Pizzarotti duri poco non ne ha ancora chiaro il disegno. Anche se il Movimento 5 stelle è una strana creatura rispetto ai partiti e al vecchio sistema della politica, ricordare quanto avvenuto pochi mesa fa al Pd schiarirà le idee a chi si chiede cosa stia facendo di preciso Pizzarotti.

Pizzarotti vuole fare Renzi. Come l’ex sindaco di Firenze, il sindaco di Parma ha chiarito che non fonderà un suo partito o una corrente: “Io non vado da nessuna parte. Sono del Movimento 5 stelle e vorrei che il movimento si riconoscesse nel lavoro che faccio”. Vista in chiave rottamatoria, l’assicurazione di Pizzarotti sul fatto che non lascerà il M5S è da prendere come pura verità. Esattamente come fece Renzi col Partito democratico, non vuole rinunciare al capitale di voti garantito dal simbolo, ma impadronirsene.

A casa non ci vanno né lui né gli altri, ma si ridistribuiscono gli equilibri, come ha fatto l’attuale premier, mettendo in minoranza i fondatori del partito e i loro parlamentari.

Il cambio di regole è fondamentale per il piano di Pizzarotti. Le espulsioni sono un problema per chi ha in mente una scalata del genere. Basterebbe un post di prima mattina per far crollare il castello di carte così faticosamente messo in piedi dal sindaco ribelle.

Come sa un buono stratega politico, per ottenere quattro devi chiedere cinque. Per questo Pizzarotti vuole risolvere il problema partendo dalla richiesta di rivedere perfino le espulsioni passate. Primo, se dovessero essere riammessi i vecchi espulsi, questi andrebbero a rinforzare il suo schieramento; secondo, seppur non venissero riammessi i vecchi, si frenerebbe comunque su eventuali prossime espulsioni.

Questa sua nuova mentalità indulgente ha già contagiato il direttorio che, come emerso dall’ultima assemblea congiunta, vuole evitare nuove espulsioni. Da diciassette o venti che ne dovevano essere espulsi non ne è stato allontanato neanche uno. Pensando di fare bene all’immagine del Movimento, date le critiche piovute dopo le ultime due espulsioni, stanno inconsapevolmente facendo il bene del solo Pizzarotti. È lui ad alimentare le critiche, non la base, che ha votato al 70% a favore dell’espulsione di Artini e Pinna. Per un gruppo formato da dissidenti come quello del sindaco di Parma è questione di sopravvivenza cancellare il sistema delle espulsioni.

Il Direttorio gli fa comodo. Una novità che un dissidente dovrebbe criticare, ma che a lui sta bene: “Mi sembra che la scelta dei 5 deputati (il cosiddetto direttorio ndr) sia una indicazione per farci andare avanti con le nostre gambe“. In effetti in chiave rottamatoria è per lui un’opportunità. La diffusione della leadership, con Grillo che “ha fatto un passo indietro”, libera il percorso della scalata da un ostacolo che sarebbe stato insormontabile, il fondatore. E poi nella prossima legislatura si dovrà rifare un Direttorio, chissà che non sarà scelto dalla rete – grazie alle correzioni che Pizzarotti sta ispirando – e magari di mezzo ci finisca pure lui.

Nel M5S c’è il limite dei due mandati, un ostacolo per eventuali scalatori, i quali non avrebbero il tempo di saltare di palazzo in palazzo. Anche per questo forse il nuovo rottamatore vuole convocare un non congresso che riveda alcune regole: “La prima cosa che il Direttorio dovrebbe fare -ha detto- è convocare una grande assemblea, se non vogliamo chiamarlo congresso”.

Ultima analogia e penultimo capitolo del manuale del rottamatore è la cortesia concessagli da Di Maio – la cui più recente manifestazione è stata la telefonata – e da molti altri a tutti i livelli fino a buona parte della base. È identica alla sopportazione di Bersani e degli anziani del Pd per Renzi. Questa è la conseguenza dell’atteggiamento di uno che a ritmi alternati seppur critico dà qualche carezza alla ditta. Il problema è che lo faccia non per rispetto di chi c’era prima, ma per mantenere in buone condizioni il partito, la sua posizione e l’opinione degli elettori. mentre prende tempo per il suo piano. Da uno strappo sarebbe Pizzarotti ad uscirne perdente, non il M5S. Cosa che non capì il Pd allora e che non sta capendo neanche il Direttorio M5S.