L’America senza pace: le guerre esterne; le proteste interne; gli scontri politici nell’Amministrazione e, in prospettiva, tra Obama e il Congresso. Dopo la batosta di Mid-term, il presidente pare segnato da una sorta di ‘legge di Murphy’: quel che può andare storto va storto.

Se la foto di un ragazzino di colore di 12 anni in lacrime abbracciato da un agente di polizia bianco a Portland, in Oregon, dà all’Unione un momento di tregua, i verdetti delle giurie e l’impulsività delle forze dell’ordine riaccendono la tensione razziale, dalla Florida al Missouri, dall’Ohio a New York, man mano che si rinnova il rito dell’impunità degli agenti che uccidono neri disarmati. Decine di manifestazioni punteggiano gli Stati Uniti, centinaia di arresti scandiscono la rabbia e l’incredulità, che non sono solo nere. In attesa della marcia su Washington del 13 dicembre, quando – magari – un altro Martin Luther King, 51 anni dopo, saprà trasformare in sogno indignazione e risentimento. Il dato positivo è che la protesta, dopo le violenze di Ferguson, ha trovato un alveo pacifico.

L’economia va bene, l’occupazione è alta. Ma l’America non è contenta dell’immagine che dà di sé, né all’interno né all’esterno. Obama dice che gli Usa e la coalizione da loro guidata stanno realizzando lenti ma decisi progressi nello scontro militare contro lo Stato islamico; e tiene la Russia di Putin nella morsa delle sanzioni e del calo del prezzo del petrolio innescato dagli alleati mediorientali.

Ma le cronache dal fronte del Califfato e dall’Ucraina sono contraddittorie: i successi militari s’alternano ai fallimenti, come, ieri, il fallito blitz per liberare due ostaggi nello Yemen –sono entrambi morti ammazzati-; e il clima diplomatico è tornato a essere da Guerra Fredda. E c’è il ginepraio americano: stop alla riforma della Nsa, dopo lo scandalo delle intercettazioni; dimissioni del capo del Pentagono Hagel, per contrasti sulla strategia anti-Is tra Iraq e Siria; cambio di strategia in Afghanistan, dando così ragione, per certi versi, proprio ad Hagel; un confronto duro con l’opposizione repubblicana, che da gennaio controllerà tutto il Congresso, sulla riforma dell’immigrazione, decisa con l’equivalente d’un decreto legge.

Obama accende l’Albero di Natale della Nazione, sul Mall, fuori dalla Casa Bianca. Ma l’Unione non è in pace.  

il Fatto Quotidiano, 7 Dicembre 2014

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