Questa mattina, alle 9.30, il presidente sloveno della Corte di Giustizia – Marko Ilesic – ha spiegato meglio a Matteo Renzi per quale motivo l’unica parte positiva del documento in pdf La buona scuola (quella relativa all’assunzione di 150mila precari) non è stata altro che uno spot pubblicitario, come molti di noi hanno affermato a più riprese. Quell’annuncio sbandierato come “il più grande investimento” sulla scuola italiana degli ultimi decenni (da parte di un governo che, quanto a profluvio di aggettivi quale “storico”, “epocale”, “rivoluzionario” – parlando delle proprie proposte – non è secondo nemmeno ai vari Berlusconi) in realtà non è altro che un atto dovuto: i precari che hanno superato il 36 mesi di insegnamento devono essere assunti oppure risarciti.

Il trasformismo delle interpretazioni cui gli attuali decisori politici ci stanno abituando è altrettanto inedito. Questa mattina Puglisi, responsabile scuola del Pd, ha paradossalmente affermato: “La buona scuola del governo Renzi aveva anticipato la sentenza europea e propone una scuola a “zero precarietà'”, con la stabilizzazione di oltre 148.000 precari già dal prossimo anno”. Da rivoluzionari innovatori a miracolosi preveggenti: per ogni tempo la propria auto- definizione. Per la verità i 150mila di Renzi costituiscono una cifra al ribasso rispetto al concreto ammontare di coloro che da oggi sono gli aventi diritto; stimati intorno alle 250mila unità. Questo potrebbe significare una speranza concreta per quanti – iscritti nelle graduatorie di II e III fascia – avrebbero sostanzialmente visti vanificati anni di lavoro da quanto previsto dal documento del governo La Buona Scuola; secondo il quale le assunzioni avrebbero attinto esclusivamente alle Graduatorie ad Esaurimento.

Nel 2008 l’Anief avviò una vertenza sovranazionale e migliaia sono i ricorsi pervenuti nei tribunali del lavoro italiani, altrettante le denunce alla Commissione Europea, anche ad opera di altri soggetti. Nel nostro Paese un lavoratore precario può essere chiamato anche un numero di volte illimitato ad accettare un contratto a tempo determinato (le supplenze annuali). Ciò contraddice quanto prevede l’Europa. Infatti, quando un gruppo di lavoratori precari, assunti come docenti o amministrativi nelle scuole di Napoli con contratti a tempo determinato stipulati in successione, fece ricorso sostenendo l’illegittimità di tale contrattualizzazione, Corte Costituzionale e Tribunale di Napoli posero (in via pregiudiziale) alla Corte Europea il seguente quesito: “Se la normativa italiana sia conforme all’accordo quadro dell’Ue sul lavoro a tempo determinato”. “La normativa italiana sui contratti di lavoro a tempo determinato nel settore della scuola è contraria al diritto dell’Unione. Il rinnovo illimitato di tali contratti per soddisfare esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali non è giustificato”. A parere della Corte, peraltro, non esistono criteri “oggettivi e trasparenti” per giustificare la mancata assunzione del personale con oltre 36 mesi di servizio, né l’Italia ha tentato in alcun modo di impedire il ricorso abusivo al rinnovo dei contratti. Risolta la questione in termini di incompatibilità della normativa italiana con quella europea, spetta ora ai giudici del Paese Ue dirimere la causa conformemente alla decisione della Corte Europea.

Il 15 settembre, all’inizio delle scuole, pochi giorni dopo la pubblicazione del documento sedicente “riforma della scuola”, rozzo e pedestre persino dal punto di vista formale (oltre che nei contenuti), Renzi aveva dichiarato: “I precari della scuola saranno assunti a settembre del 2015. Noi abbiamo scelto di mettere la parola fine al precariato. Tutti coloro i quali hanno assunto un diritto, verso i quali lo Stato ha assunto un’obbligazione, vale a dire quelli che fanno parte delle graduatorie ad esaurimento saranno assunti a settembre del 2015, con il nuovo anno scolastico”. “Però noi chiediamo di cambiare le regole del gioco. E ai docenti e gli insegnati diciamo che siamo disponibili a portarvi dentro la scuola in modo definitivo, a mettere fine alla “supplentite“; ma voi aiutateci a valorizzare il merito” (…). Con la prossima legge di stabilità cambieremo il sistema di funzionamento della scuola». Oggi l’Europa ha risposto chiaramente a ciò che il premier ha chiamato con disprezzo “supplentite”. Dietro quella formula beffarda ci sono le vite di migliaia di donne e uomini la cui precarietà – oltre che professionale – è esistenziale. Lo scambio che – nelle intenzioni del premier – doveva esistere tra la “concessione” di essere disponibili ad assumere e la contemporanea cessione di diritti (individuati secondo un sistema meritocratico e arbitrario nella individuazione della presunta capacità di ciascuno) perde con la sentenza di oggi anche la minima ragione di essere. Le assunzioni sono dovute. Carriera, al sistema premiale, al reclutamento – così come sono configurati nel documento governativo – sono temi tutti da discutere. E sui quali molti non sono affatto intenzionati a mollare.