In Italia non si comprano più auto, men che meno auto nuove: per ognuna che viene immatricolata per la prima volta, quasi 3 sono quelle di seconda o terza mano che cambiano proprietario. Segno, secondo l’Unrae (che raggruppa i costruttori stranieri operanti nel nostro paese), che la voglia o la necessità di cambiare macchina negli italiani ci sono ancora. Quel che non c’è, invece, sono i soldi per farlo.

Da qui l’idea dell’associazione, annunciata in una conferenza stampa a Milano: permettere anche ai privati di detrarre dalle tasse parte del costo dell’acquisto di una macchina nuova, sino a 2.000 euro in 4 anni, solo se con emissioni inquinanti sotto i 120 g/km di CO2 e solo sse comprata rottamando contemporaneamente una vecchia Euro 0, 1 o 2. Una buona idea, che però, come ha ammesso il presidente, Massimo Nordio, “non siamo risusciti a far inserire nello Sblocca Italia o nella Legge di Stabilità”. I costruttori non hanno però intenzione di mollare, anche perché “investendo 64 milioni di euro, pari per esempio al 5 per 1000 di quanto dato nel 2013 per le ristrutturazioni degli immobili, in 4 anni lo Stato tornerebbe in attivo di circa 20 milioni, grazie al maggior gettito Iva” generato dalle nuove immatricolazioni. Sì, perché secondo le stime dell’Unrae questa iniziativa porterebbe a vendere 100mila vetture nuove solo nel primo anno, con conseguenti benefici non soltanto dal punto di vista economico (più lavoro per concessionarie e officine), ma anche da quello ambientale, con un ringiovanimento del parco circolante italiano, che resta fra i più vecchi d’Europa.

Per sostenere la sua tesi, l’Unrae si è appoggiata a una ricerca condotta dal Censis (Centro Studi Investimenti Sociali), il cui presidente, Giuseppe De Rita, ha usato una metafora tanto semplice quanto efficace per descrivere la condizione in cui si trova oggi (anche) il mercato dell’auto: “È la deflazione, come un muro di gomma quasi impossibile da sfondare”, perché “respinge ogni tentativo di sconfiggerla, e porta le persone a ripetersi il mantra: ‘intanto ce la faccio, intanto resisto, intanto io reggo'”. In deflazione, ha proseguito De Rita, “tutto resta com’è”, nel bene e nel male, e se è vero che i prezzi dei beni non salgono, lo stesso fanno i consumi: non si spende per paura, perché non si sa che cosa riserva il futuro.

Soprattutto, non si spende per un bene per cui bisogna poi spendere ancora per la gestione quotidiana, come appunto l’automobile: in media, una polizza Rc costa in Italia oltre 500 euro l’anno (contro una media europea di 250), per non parlare del prezzo dei carburanti, sempre altissimo, che pesa per il 50% dei costi di manutenzione di una macchina (era il 40 meno di 15 anni fa), con il settore che nel complesso paga oltre 70 miliardi di tasse l’anno (dato 2013), subendo una pressione fiscale pari al 16,5% di quella di tutto il paese. E visto che da noi le alternative alla mobilità privata sono oggettivamente carenti, gli italiani hanno difficoltà a rinunciare all’auto e si trovano a viaggiare quotidianamente su vetture vecchie, poco sicure e molto inquinanti. Con ulteriori costi indiretti per la società e l’ambiente. Il tutto in un’epoca in cui il numero di pendolari, e quindi di persone che hanno bisogno di utilizzare mezzi di trasporto con continuità, cresce in maniera esponenziale, complice l’espansione dei centri urbani.

Tutte osservazioni di buon senso, in effetti, da cui consegue quasi naturalmente la domanda (retorica) con cui l’Unrae sta promuovendo la sua iniziativa a livello politico: viste tutte queste premesse, “perché non farlo?”.