Stanno tornando tutti a galla – ultimi in ordine di tempo sono stati i Pink Floyd – e a dire la verità qualcuno non ha mai abbandonato la nave del rock: un tempo il rock ‘n’ roll era giovane (e per i giovani), oggi il discorso si fa complesso. È notizia di qualche giorno fa la proposta di pagare 500 milioni di sterline per la reunion dei Led Zeppelin, invito nuovamente rifiutato da Robert Plant che dal palco della Roundhouse di Londra aggiunge: “se credete a questo (possibilità di una reunion), crederete a qualunque cosa”. Chissà se Jimmy Page riuscirà mai a mettersi il cuore in pace e prendere atto che i Led Zeppelin non torneranno più su un palco. Il primo concerto dei Led Zeppelin alla Roundhouse risale a 46 anni fa e l’anniversario ricorre proprio questa domenica. Quasi cinquant’anni durante i quali Plant sembra aver piegato il tempo in suo favore: da emblematica incarnazione del rock, a spirito sempre più errante che mantiene intatta la propria essenza, come conferma ulteriormente questo concerto londinese.

Sul palco è accompagnato dagli eccellenti Sensational Space Shifters con i quali darà vita ad un’ora e mezza di pura bellezza, con brani degli Zeppelin alternati a canzoni del suo ultimo “Lullaby And… The Ceaseless Roar”. Ci sono preludi splendidi come quello di Liam Tyson che introduce “Babe, I’m Gonna Leave You” con arpeggi e rasgueado che richiamano al repertorio spagnolo di chitarra classica. La voce di Plant si porta addosso più di sessant’anni ed è naturale che non riesca a raggiungere molte delle note acute, ma questo sembra quasi essere un bene visto come l’ex Led Zeppelin è riuscito a trasformare questa mancanza: quello che un tempo era uno dei punti di forza di Plant, diventa adesso motivo di ricerca verso altre sfumature, si da maggior peso alle pause e si finisce quasi per recitare alcuni versi così che i brani acquistino in intensità. “Whole Lotta Love” – incastonata e mescolata alle cover “I Just Want To Make Love To You” e “Who Do You Love” – ne è un esempio, ed emblematica è anche la trasformazione del verso “I’m gonna give you my love” in “baby you need love / Mama you need love”.

C’è stato un generale moto di tenerezza nei confronti di Plant quando quest’ultimo dimentica un verso sul finale di “Going To California”; quel suo imbarazzatissimo “oh dear, dear!” mentre tenta di afferrare al volo la strofa successiva, da vita ad un applauso davvero sentito da parte del pubblico mentre tutto scivola sul verso successivo che, ironia della sorte, recita “Telling myself it’s not as hard, hard has it seems”, al quale Plant ovviamente risponde ironico aggiungendo “It’s hard, it’s so hard!”La successione dei brani è talmente perfetta che un’ora e mezza di concerto vola via in un’istante: ci sono un paio di cover di Howlin’ Wolf (“Spoonful”, “How Many More Years”) ed esecuzioni travolgenti di brani dell’ultimo album, tra le quali spiccano le caleidoscopiche “Rainbow” e “Little Maggie”, quest’ultima con la presenza del ritti di Juldeh Camara, musicista che tornerà spesso sul palco e che nel finale darà vita ad un assolo su “Rock ‘n’ Roll”. Il chitarrista Justin Adams, oltre ad essere un’inossidabile garanzia è anche una conferma per l’energia che riesce a sprigionare durante i concerti, le sue digressioni solistiche sono eccezionali e insieme a Liam Tyson dona corposità ad ogni composizione, sia essa un classico degli Zeppelin, sia un brano dell’ultimo disco di Plant. Il concerto si chiude con “Rock ‘n’ Roll” e prima di lei una versione struggente di “A Stolen Kiss”, tratta da “Lullaby And… The Ceaseless Roar”; Plant lascia il placo ribadendo ancora una volta “don’t believe a word”, con riferimento anche alla “questione Led Zeppelin”. C’è stima incondizionata verso un artista che procede per il suo cammino e continua a respingere la richiesta di ridare vita ad una storia gloriosa del passato che oggi non potrebbe mai avere quello stesso impatto, per ovvi e non secondari motivi.