Perché lo Stato dovrebbe incentivare i genitori ad avere più figli? La ragione è legata al sistema previdenziale e alla capacità contributiva dei futuri adulti. La politica ottimale dunque si compone di un insieme di misure bilanciate in modo tale da ottenere il miglior risultato complessivo.

di Alessandro Cigno (lavoce.info)

Bambini e pensionati

La Legge di stabilità 2015 prevede un bonus per ogni bambino nato o adottato nel 2015. Il provvedimento fa discutere: ad esempio, Daniela Del Boca argomenta che il Governo farebbe meglio a provvedere posti nido invece di elargire ai genitori una somma di denaro per ogni nuovo nato perché l’evidenza empirica mostra che la prima forma d’intervento ha un effetto decisamente più positivo della seconda sia sulla fecondità che sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro, e che la frequenza di un asilo nido migliora la capacità d’apprendimento del bambino. Diamo pure per scontato che sia desiderabile aumentare tanto la partecipazione femminile al mercato del lavoro quanto la capacità d’apprendimento dei bambini, ma perché usare denaro pubblico per indurre i genitori ad avere più figli? L’argomento per me più convincente è basato su quella che gli economisti chiamano una “esternalità positiva”. Con un sistema previdenziale a ripartizione (tale cioè che le pensioni correnti sono finanziate essenzialmente dai contributi correnti), chi mette al mondo un figlio ne sostiene il costo ma riceve solo una quota trascurabile del beneficio che ne deriverà alla società nel suo complesso quando, da grande, il figlio contribuirà a finanziare le pensioni di tutti. Senza un sussidio pari a tale esternalità (stimata da Martin Werding e Herbert Hofmann per la Germania in 139mila euro a figlio), i genitori avranno dunque meno figli di quanto sia socialmente desiderabile.
Se la capacità contributiva del futuro adulto dipendesse solo dalla lotteria genetica e da fattori ambientali, l’esistenza di questa esternalità basterebbe a giustificare un bonus bebè ben più generoso di quello prospettato dal Governo italiano. Ma così non è. Il reddito, e quindi la capacità contributiva del futuro adulto, dipenderà anche da quanto i suoi genitori avranno investito nella sua educazione.

Un pacchetto di interventi

Alla luce di queste considerazioni l’intervento pubblico deve essere valutato in base al suo effetto sulla capacità contributiva complessiva dei futuri adulti e quindi sia sul loro numero che sulla capacità contributiva di ciascuno di essi. L’analisi economica suggerisce che la politica ottimale consiste non di un’unica forma d’intervento, ma di un insieme di misure giudiziosamente bilanciate in modo tale da ottenere il miglior risultato complessivo. Dato che la frequenza di un asilo nido sembra avere un effetto positivo sulla capacità d’apprendimento del bambino (quindi, presumibilmente, sul reddito e la capacità contributiva del futuro adulto) e che i sussidi dati agli asili sembrano avere un effetto positivo sul numero di nati, il pacchetto ottimale includerà molto probabilmente anche tali sussidi. Lo stesso si può dire però di tutte quelle forme d’intervento, come i congedi parentali e i sussidi alle rette scolastiche e universitarie o all’acquisto di materiale didattico, che incoraggiano l’investimento in capitale umano e riducono allo stesso tempo il costo per i genitori di avere un figlio in più. Ma le capacità di un figlio non si incrementano soltanto mandandolo all’asilo, a scuola o all’università e comprandogli libri. Altrettanto importanti sono la quantità e qualità del tempo che i genitori gli dedicano soprattutto nei primi anni vita e la quantità e qualità del tempo che il figlio stesso dedicherà allo studio o alla formazione professionale negli anni successivi. Il problema è che tali forme immateriali d’investimento in educazione non sono facilmente osservabili dal Governo e non è pertanto possibile incentivarli offrendo sussidi condizionati all’ammontare dell’investimento stesso. L’incentivo può dunque venire soltanto dalla promessa di un sussidio condizionato a un risultato finale facilmente osservabile. Rientrano in questa categoria di sussidi le borse di studio cosiddette “di merito”, cioè proporzionate al risultato scolastico o universitario. Vi rientrano anche le pensioni legate, almeno in parte, non ai contributi versati dal pensionato stesso, ma al reddito e quindi alla capacità contributiva dei suoi figli (che al momento in cui il genitore si accinge ad andare in pensione può essere stimato con sufficiente precisione perché i figli sono tipicamente a metà carriera). Naturalmente la formula pensionistica dovrà tenere conto del fatto che l’ammontare delle risorse investite nell’educazione di un figlio sono vincolate dal reddito dei genitori e che il successo economico futuro del figlio sarà influenzato da fattori casuali come l’abilità innata dello stesso, ma lo stesso vale anche per quella parte delle pensioni dei genitori che riflettono soltanto i contributi versati dagli stessi.

E il bonus bebè? Dato che i sussidi condizionati al numero di nascite costituiscono un incentivo ad avere un figlio in più a scapito della quantità di tempo e denaro investito nell’educazione di ciascuno dei figli che già ci sono, la politica ottimale potrebbe includere anche un bonus bebè, accanto a incentivi all’investimento in educazione come il sussidio agli asili nido. In un contesto diverso da quello italiano (dove il tasso di fecondità è inferiore al minimo necessario per mantenere costante la popolazione in assenza di immigrazione netta) è possibile, per contro, che l’incentivo ad avere più figli derivante da misure come il sussidio agli asili nido sia eccessivo e che la politica ottimale includa quindi una tassa sulla fecondità.