Roma regolamenta la prostituzione? Ammetto che a prima lettura dei titoli sono quasi caduto dalla sedia: prima la registrazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e solo qualche settimana dopo l’annuncio che il comune intende valutare l’ipotesi dell’istituzione di “aree a luci rosse” per cercare di riacquistare un minimo di controllo (e credibilità) sul territorio? Incredibile ma sembra sia tutto vero. In quest’ultimo caso, però, l’iniziativa non è di Roma Capitale ma di una “porzione”, il Municipio IX, e la proposta non viene da Ignazio Marino ma da un suo omologo locale (e collega di partito), il presidente  Andrea Santoro. E riguarderebbe, se andasse in porto, solo la (pur enorme) superficie del Municipio che include alcune tra le aree della capitale più colpite dalla prostituzione di strada. Una sorta di esperimento pilota insomma.

Chi scrive è nato e cresciuto in quella zona di Roma e pur avendola lasciata da circa un decennio ha potuto osservare a più riprese e con una certa obiettività da “insider a distanza” la discesa all’inferno di uno spicchio della città, dove una volta l’esercizio del mestiere più vecchio del mondo avveniva principalmente in zone “appartate” con minore densità di popolazione; nulla rispetto ad oggi, dove possiamo parlare di “business con orario continuato” ovunque, distribuito in maniera omogenea su tutta la superficie del territorio; se qualcuno studiasse l’economia del IX municipio non stupirebbe e se la prostituzione fosse riuscita a guadagnarsi un posto tra le attività produttive.

Cosa fare allora? “La repressione non funziona e non ha certamente funzionato da queste parti” – mi racconta Matilde Spadaro, una combattiva giornalista impegnata nell’associazionismo per i diritti ambientali e per quelli di cittadinanza, scelta di recente da Andrea Santoro come delegata del Municipio alla questione prostituzione – “abbiamo avuto giunte municipali e comunali che hanno fatto del securitarismo un credo eppure basta farsi un giro per l’Eur e vedere il livello di degrado raggiunto”. Matilde ha le idee chiare: la prostituzione va regolamentata. Qualche anno fa, da consigliera d’opposizione, aveva già promosso una campagna di informazione a tutela dei diritti delle prostitute ma è stato un viaggio di studio ad Amsterdam, dice, ad averla convinta che la regolamentazione è l’unica strada possibile “inizialmente non ero particolarmente favorevole ma in Olanda, pur in un contesto culturalmente e socialmente lontano anni luce dall’Italia, mi sono resa conto di quanti elementi di quel secolare esperimento potrebbero risultare vincenti per affrontare con serietà il fenomeno”. Quali ad esempio? “Il comune di Amsterdam non incoraggia la prostituzione e mai, come qualcuno crede, ha cercato di ‘normalizzarne‘ l’esercizio: prostituirsi non è e mai sarà un lavoro come un altro è il messaggio. Ma allo stesso tempo li hanno avuto il buon senso di ammettere che si tratta di un fenomeno sociale che non può essere affrontato con il codice penale in mano. Almeno non per ciò che riguarda prostitute e clienti– e prosegue – d’altronde le condizioni delle ragazze o dei ragazzi che svolgono legalmente la professione nei Paesi Bassi sono incomparabili con quelle di chi esercita in Italia: lì hanno un sindacato, possono rivolgersi alle istituzioni senza rischiare denunce o procedimenti, hanno servizi sanitari a loro dedicati e si muovono in una cornice legale dove per le istituzioni è più semplice controllare lo sfruttamento e combattere la marginalità. In Italia facciamo invece regnare la grande ipocrisia: da un lato proclami altisonanti dall’altro l’inerzia totale”. Come sarà l’esperimento pilota di Roma?

“Con il presidente Santoro, stiamo studiando come muoverci a normativa immutata: d’altronde non si intravedono imminenti discussioni parlamentari sul tema mentre nel Municipio IX è ormai vera e propria emergenza”. La legge Merlin però non consente una regolamentazione tout court. “E’ vero. Ma al momento la nostra priorità è ridare ossigeno ai quartieri del municipio con un vera e propria politica di “riduzione del danno”: i cittadini sono esasperati e non a torto. In seguito, la speranza è che l’ordinanza avvii un dibattito nazionale che possa poi portare ad una nuova legge. Operativamente dovremo identificare un’area dove prostitute e clienti possano incontrarsi e dove noi mobiliteremo le unità sanitarie e le forze dell’ordine nell’ottica di offrire un’altra possibilità di vita a chi si prostituisce mentre gli agenti avranno il delicato compito di vigilare sul rispetto dei principi dell’ordinanza. Ma non sarà una scelta calata dall’alto: i cittadini stanno partecipando attivamente alla discussione. Dobbiamo trovare un equilibrio tra i sacrosanti diritti dei residenti e la tutela dell’incolumità delle prostitute, indipendentemente da giudizi morali…