La durata della pausa la sceglie direttamente il presidente della Repubblica: “Lei è il dominus e noi ci atteniamo alle sue indicazioni” dice il presidente della corte d’assise Alfredo Montalto. E Giorgio Napolitano risponde: “Io sono dominus, comunque credo di avere bisogno al massimo di dieci minuti”. Il legale di Mario Mori e di Antonio Subranni, invece, non fa domande, ma ci tiene a intervenire per sottolineare come “il rispetto istituzionale del presidente della Repubblica e della persona del capo dello Stato” lo induca a “non porre alcuna domanda al presidente”. L’avvocato di Nicola Mancino, al contrario, pone alcuni quesiti a Napolitano ma esordisce esprimendo la sua “emozione nel svolgere il mio mandato qui davanti alla sua persona e a questi splendidi arazzi”. Ringraziamenti quasi “pomposi”, battute al vetriolo, persino qualche rimbrotto agli avvocati: è successo anche questo durante la deposizione del capo dello Stato al processo sulla trattativa Stato-mafia.

“La ringrazio molto della cortesia, non ho nemmeno avuto modo all’inizio di ringraziarla per la assai costruttiva interlocuzione che c’è stata tra noi in preparazione di questa udienza” dice il capo dello Stato al presidente della corte Montalto, quando il pm Vittorio Teresi ha appena concluso la sua parte d’interrogatorio. “Grazie a lei per la cortese e sempre gradita ospitalità – risponde Montalto – E allora, se lei ritiene di proseguire noi diamo la parola al dottore Di Matteo credo: d’altronde lei è il nostro padrone di casa e noi siamo qui grazie alla sua disponibilità”. Il padrone di casa, ovvero Napolitano, si sottopone a quel punto alle domande di Di Matteo. “Signor presidente – chiede il pm – ebbe notizia di particolari esposizioni di minacce molto concrete, di morte nei confronti di alcuni parlamentari dell’epoca? Mi riferisco dell’allora ministro Mannino, ad Andò, a Vizzini e ad altri?”.

Napolitano, però, non ha alcun ricordo: “Credo – dice il presidente – di avere una discreta memoria, ma una simile memoria di elefante per ricordare tutti i dettagli di quel periodo, da cui ci distanziano oltre venti anni, francamente no”. La memoria non accompagna il presidente neanche poco dopo, quando sempre Di Matteo chiede a Napolitano se per caso avesse avuto notizia della nota della Dia dell’agosto 1993, quella dove si specifica come “l’eventuale revoca, anche solo parziale” dei 41 bis, “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato”. “Non ricordo” dice Napolitano che poi si rivolge sempre a Montalto: “Mi permetto di osservare che ci stiamo allontanando di molti chilometri dal luogo, diciamo, della originaria sollecitazione di una mia testimonianza. E poi davvero un po’ supponendo che io abbia una memoria che farebbe impallidire Pico della Mirandola ricordare ogni elemento, se mi fu data quella nota, come reagirono tizio e caio, francamente non credo di poter rispondere”.

Quindi è il turno dei legali: prima l’avvocato Milio comunica l’intenzione di non fare domande per il “rispetto istituzionale” nutrito dai suoi clienti nei confronti del presidente, poi l’avvocato Nicoletta Piergentili, che difende Mancino, comunica a Napolitano la sua “emozione” per trovarsi “davanti alla sua persona” e soprattutto agli “splendidi arazzi” della Sala del Bronzino. Quindi tocca all’avvocato Giovanni Airò Farulla, legale del comune di Palermo, che vuole sapere da Napolitano se “nell’ambito dei rapporti istituzionali che lei e D’Ambrosio avete avuto, vi davate del lei o vi davate del tu?”. Montalto lo placca subito: “Avvocato, veramente mi sembra assolutamente superflua la domanda, andiamo avanti”. Il legale replica: “Non è superflua, se vuole spiego anche perché, prima che lei la possa giudicare superflua, io è giusto…”. Montalto però non ci sta: “Non lo spieghi perché comunque è superflua”. A quel punto interviene direttamente Napolitano: “Allora, do del lei a tutti i miei Consiglieri. Va bene? È soddisfatto?”. Il ruolo d’interrogante passa poi all’avvocato Luca Cianferoni, legale di Riina,che invece domanda netto: “Ha mai avuto notizie specifiche di rapporti tra Servizi Segreti e Cosa Nostra?”. Napolitano glissa: “Non ruberò il mestiere alla Procura, alla Pubblica Accusa avventurandomi in temi come quello dei rapporti tra Servizi Segreti”. Dal banco dell’accusa nessuno replica.