Tim Cook, gran capo di Apple, ha confermato ieri quanto peraltro già era noto negli ambienti di Wall Street: è orgogliosamente gay. Il suo orientamento sessuale non gli ha impedito di essere nominato nel 2011 successore del mitico Steve Jobs. A quella data il valore di borsa di Apple oscillava intorno ai 350 miliardi$. Sotto la sua guida, grazie all’uscita continua di nuovi prodotti, ha continuato a crescere: ieri valeva 630 miliardi, nessun cedimento dopo l’annuncio. Il valore di tutte le aziende quotate alla borsa di Milano oscillava ieri intorno ad un valore analogo.

Tim Cook

Cook aveva ricevuto un incentivo stellare per rimanere alla guida della società stabilmente per almeno 10 anni: un milione di azioni gratuite. Un potenziale guadagno di oltre 600 milioni di dollari! I nostri manager al confronto appaiono in media dilettanti, nei compensi e nei risultati. Nel nostro felice paese il problema delle diversità crea paradossi. Il ministro dell’Interno e i prefetti invece di preoccuparsi della corruzione che tracima nella società e nella vita economica, sono impegnati con solerzia nella battaglia per scongiurare le unioni civili. Avrebbero potuto guardare alla Chiesa e al Sinodo che si svolgeva a Roma con ben altra apertura.

Tuttavia è la business community la più sorprendente: non si è accorta che la diversità è un elemento ineliminabile del mercato globale di cui parla nei convegni. La scopre in ritardo e con gravi costi come nel caso della Barilla e del suo presidente, che ha inseguito il problema dopo l’infortunio alla Zanzara. Purtroppo non è un caso isolato di miopia. Il vertice delle nostre aziende è maschio, anziano, nordista e… italiano. Esponenti di genere, età di religione, orientamento sessuale differenti sono rari. La diversità non è nell’agenda dei vertici aziendali. Le nostre imprese, salvo poche eccezioni, hanno un orizzonte a breve, come il paese. E i manager, sotto l’incubo dell’essere cacciati, si dedicano a cose più pratiche e a breve termine non sollevano lo sguardo al futuro. Sembrano ignorare che le aziende migliori crescono come la Apple su cicli lunghi, con la possibilità di sbagliare e che la demografia è un fattore strategico.

C’è voluta la legge Golfo-Mosca sulle quote rosa per far entrare nei Cda della aziende quotate un piccolo gruppo di donne, in prevalenza professoresse e avvocati e, peggio, esponenti della famiglia. Molto rumor per nulla? È recente la notizia che Vincent Bolloré, secondo azionista di Mediobanca, ha accompagnato la giovane figlia Marie, 26 anni, a sedersi nel consiglio della boutique finanziaria, l’ex salotto buono della impresa italiana. Siamo lieti per l’orgoglioso papà, ma è così che in Italia premiamo la diversità e il merito?

La comunità degli affari non può continuare ad usare il capro espiatorio della politica e della burocrazia inetta: per uscire dal declino il cambiamento inizia a casa propria: nell’impresa.