Rieccoci come ogni giovedì sera a parlare di disegno e quant’altro. Questa è l’immagine che ho realizzato per il Fatto di mercoledì scorso.

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Ho cominciato a disegnare il mio secondo libro a fumetti. Il primo, Il Signore dei Colori, lo trovate qui nell’edizione italiana, qui in quella francese.

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Questa invece è una tavola del prossimo libro che avrà stessa ambientazione e stessi personaggi del primo ma non sarà una continuazione.

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Tra le mie storie a fumetti e le mie illustrazioni ci sono differenze stilistiche molto forti. Non mi interessa che tutta la mia produzione abbia uno stile estetico preciso e immutabile. Mi interessa comunicare. L’estetica si costruisce attraverso la propria sensibilità e la sensibilità (se è davvero “sensibile”) viene influenzata dall’obiettivo che si vuole raggiungere, ovvero il messaggio che vogliamo comunicare.

Il mio primo graphic novel, Il Signore dei Colori, parla della complessa formazione sessuale di tre ragazzini del sud Italia e delle loro prime pulsioni derivate dalle ragazze del quartiere e da una figura adulta che si impone delicatamente ma ambiguamente nelle loro vite. Il tema è delicato e la trama è fitta di piccoli eventi. Avevo bisogno di un taglio estetico semplice, chiaro, anzi accecante. Ne è uscito questo.

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Spesso i fumettisti si cimentano in un lavoro di illustrazione e fanno il clamoroso errore di comportarsi come se dovessero disegnare una vignetta delle loro storie a fumetti. Non solo usano inquadrature e composizioni dal taglio chiaramente narrativo (che ci starebbe pure, eh…) ma stanno anche stretti stretti al loro stile di disegno, uno stile costruito anche in modo sincero ma con finalità narrative, non illustrative. È più o meno lo stesso effetto che provate quando vedete un attore di cinema fare teatro.

Ci sono anche illustratori geniali che si cimentano nel fumetto con risultati disastrosi. Ogni vignetta: una mazzata visiva. Tutti i riquadri riempiti da immagini di forte impatto, tutte che escono dalla pagina con vigore senza armonizzarsi con tutto il resto, senza creare un racconto. Il fumetto non è una serie di immagini una dopo l’altra, il fumetto è musica. È più o meno lo stesso effetto che provate quando vedete un attore di teatro fare cinema.

Fumetto e illustrazione sono due mestieri completamente diversi. Quindi è normale (ma anche giusto) che nel caso di un autore che faccia entrambe le cose, saltino fuori delle forti differenze stilistiche. E poi a me della continuità dello stile non me ne frega niente. Durante tutta la mia adolescenza e fino a qualche anno fa mi sono tormentato da solo con questo totem della coerenza stilistica. Pur di restare nello stesso binario e quindi impormi nel mercato con un’immagine precisa, ho frenato pulsioni sperimentali che ora sto liberando.
La fedeltà al proprio stile svantaggia la sincerità del proprio operato. Il tempo passa, cambiamo di giorno in giorno. È un bene che anche il proprio lavoro assuma forme diverse e sia in qualche modo liquido, anche a costo di intaccare la propria unicità.

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Io mi sento un figlio delle rivoluzioni filosofiche ed estetiche del Novecento. I due capisaldi dell’arte del Novecento sono Marcel Duchamp e Pablo Picasso (nella foto sopra), due personaggi in qualche modo in antitesi. Il primo ha influenzato tutta l’arte concettuale che è venuta dopo, il secondo tutta l’arte visiva (illustrazione e fumetto compreso), eppure entrambi avevano una cosa in comune: la totale sfiducia nello stile. O anche: Nietzsche, la sfiducia totale in Dio. E ancora Einstein, la relatività. Picasso ha praticamente cavalcato tutti gli stili del Novecento fregandosene di essere riconoscibile. A Marcel Duchamp, non c’è neanche bisogno di dirlo, non glien’è mai fregato niente di avere uno stile coerente. Nella sua produzione ci sono vignette umoristiche, installazioni, foto di lui vestito da donna e partite a scacchi.

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Posso capire le ragioni di un editore o un agente che esortano i propri autori a mantenere uno stile preciso in modo da mantenere una stabile collocazione nel mercato editoriale. Lo si fa sostanzialmente per assecondare la debolezza del pubblico che, ubriacato da centinaia di nuove uscite (tra libri, magazine e giornali), per seguire un autore, ha bisogno che questo sia sempre fortemente riconoscibile. Così vendi più facilmente il tuo secondo, terzo, quarto, quindi libro… Ma quando è l’artista stesso ad ancorarsi al proprio stile, vuoi perché gli hanno insegnato che avere uno stile che sia uno è cosa buona e giusta, vuoi per assecondare questa (seppur comprensibile) necessità del pubblico, io non capisco come questo artista possa procedere con la propria ricerca (che va di pari passo con la ricerca di se stessi).

Io preferisco sorprendermi da solo, vedere cosa succede se mi infilo in spiragli che portano a cose che ancora non conosco. Voglio conoscere le mie reazioni alle cose e come queste possono marcare più o meno definitivamente la mia sensibilità, le mie opinioni, il mio lavoro. La linea che divide sincerità e vendibilità dell’opera d’arte è molto sottile e molto pericolosa.

Per realizzare Il Signore dei Colori, una storia di ragazzini che crescono nella provincia di Bari avevo bisogno di colori accesi e forme stilizzate e pupazzesche. Per realizzare l’articolo di Marco Ponti sulle intenzioni di Ferrovie dello Stato di accaparrarsi il trasporto urbano italiano non ho bisogno né di pupazzi né di accecare nessuno. Cambiano le esigenze, cambia la forma.

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Ci risentiamo il prossimo giovedì sera, intanto vi segnalo due cose a cui ho partecipato. La prima è Selfy curata da Inuit, un’autoproduzione che sarà venduta soltanto al Festival di Lucca Comics & Games che si terrà a giorni per cui ho realizzato una variant cover. Qui un’intervista a Marco Tavarnesi che spiega tutto.

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Non ho fatto in tempo a segnalare una splendida mostra-evento organizzata dal magazine Kiblind a La Gaîte Lyrique di Lione. In occasione della sua cinquantesima uscita, Kiblind magazine ha realizzato un numero con una copertina completamente bianca e ha chiesto a cinquanta artisti da tutto il mondo di disegnarci sopra. Io ho fatto questi due collages. Potete acquistarli da qui.

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Naturalmente ho cambiato stile anche per fare queste ultime cose. Mi viene naturale. È il mio stile.
A giovedì prossimo.