Mohamed Ali Snoussi era in casa, il 24 settembre, quando è arrivata la polizia.

“Sono entrati in tanti, a volto coperto. Lo hanno preso a bastonate, lo hanno costretto a spogliarsi, poi lo hanno ammanettato e trascinato fuori in strada, tutto nudo” – racconta la moglie. “Mi hanno detto che erano della Brigata 17 e che potevano fare tutto quello che volevano”.

I vicini che hanno visto Snoussi venir portato via in quel modo sono stati “invitati” dagli agenti a farsi gli affari loro.

Da Mellassine, un sobborgo di Tunisi, Snoussi è stato portato alla stazione di polizia di Sijoumi. Nessuno sa con certezza cosa sia accaduto nei sei giorni di detenzione senza contatti con l’avvocato previsti dalla legge. L’unica cosa certa è che poco più di una settimana dopo l’arresto, è morto.

Secondo Radhia Nasraoui, ex prigioniera di coscienza, ora presidente dell’Organizzazione contro la tortura in Tunisia e avvocata della famiglia Snoussi, il 1° ottobre il detenuto era stato ricoverato all’ospedale Charles Nicolle dopo che la direzione del carcere di Mornaguia si era rifiutata di prenderlo, a causa del modo in cui era conciato.

Snoussi è stato dichiarato morto alle 5.45 del 3 ottobre.

All’Istituto di medicina legale di Tunisi, l’avvocata Nasraoui e i familiari hanno potuto finalmente vedere il corpo di Snoussi. C’erano segni evidenti di percosse sulle braccia, sulle gambe, sulla schiena, sulla nuca.

L’8 ottobre, il ministero dell’Interno ha diffuso una dichiarazione secondo la quale la morte di Snoussi non era stata causata da atti di violenza bensì da un’infezione ai polmoni, dato che l’uomo soffriva di una sindrome da risposta infiammatoria sistemica.

Il 15 ottobre Amnesty International e l’Organizzazione contro la tortura in Tunisia hanno manifestato di fronte al ministero dell’Interno a Tunisi. Con loro, oltre a quelli di Snoussi, c’erano anche i familiari di Ali Khemais Louati, morto il 23 settembre nella prigione di Borj El Amri dove stava scontando una condanna a tre anni. A luglio, invano, l’Organizzazione contro la tortura in Tunisia aveva segnalato alle autorità che Louati era in pessime condizioni di salute e non stava ricevendo le cure mediche necessarie.

Due giorni prima della manifestazione, Arbi Torkhani aveva perso la vista dall’occhio sinistro dopo che era stato aggredito alle spalle da due agenti di polizia, fratelli di un vicino di casa con cui Torkhani aveva avuto una discussione.

Nonostante le dichiarazioni e gli impegni delle autorità, per quanto riguarda la tortura, la Tunisia è rimasta ferma all’era di Ben Ali. Chissà se col nuovo parlamento e dopo le elezioni presidenziali di novembre le cose cambieranno.